La natura morta nell’arte

Cosa intendiamo quando parliamo di natura morta? Di solito si tratta di soggetti inanimati come ad esempio frutta, fiori, gioielli, animali morti, strumenti musicali, ecc… che ogni artista ha rappresentato seguendo il proprio stile.

Fin dall’antichità questo soggetto è stato ampiamente sviluppato, probabilmente grazie alla versatilità della raffigurazione.

Natura morta: le origini

Il termine natura morta in realtà è stato coniato solo nel corso del 1700, mentre in origine questo tipo di rappresentazioni aveva una concezione negativa. Rappresentare oggetti “morti” era ritenuta una cosa addirittura volgare rispetto alla raffigurazione di soggetti “vivi”.

Se facessimo un salto all’indietro nel tempo scopriremmo che gli antichi chiamavano la natura morta xenia, ovvero doni ospitali, questo perché il padrone di casa era solito donare ai suoi ospiti frutta, verdura e uova che potevano preparare in qualunque momento. È proprio lo stesso Vitruvio a segnalarci come questo termine venisse utilizzato per indicare i dipinti con gli stessi soggetti.

Le prime raffigurazioni sono state rinvenute su un antico vaso attico dipinto a figure rosse del V secolo a.C. dove compaiono le armi dell’eroe morto. Esse diventano in questo modo un simbolo che vuole alludere alla gloria del defunto. Tuttavia frutta, verdura e cacciagione non trovano ampio spazio in rappresentazioni isolate, ma si ritrovano esclusivamente come sfondo in dipinti in cui la figura umana è la vera e unica protagonista.

È solo intorno al Quattrocento, con le miniature fiamminghe e le tarsie italiane, che la natura morta si sviluppa come un genere a sé stante.

Furono i nobili del periodo che vollero arricchire le proprie porte, mobili e studioli con delle decorazioni a intarsio. Affidarono quindi questo compito ad artigiani competenti che realizzarono vedute di paesaggio e nature morte in modo prospettico come era consono già nella pittura dell’epoca.

Quando parliamo di intarsio intendiamo una decorazione eseguita accostando dei minuscoli pezzi di legno che danno vita a un disegno.

L’evoluzione di fine Cinquecento

Ancora nel corso del Cinquecento questo genere pittorico viene considerato secondario e di poca importanza. È solo con Caravaggio, uno dei primi pittori che decidono di dipingere la natura morta, che inizia a diventare importante.

Caravaggio, artista lombardo, sosteneva che qualsiasi pittore dovesse essere in grado di dipingere qualunque soggetto con la stessa attenzione con cui dipingeva i generi più importanti. Fu così che iniziò a dipingere numerose nature morte anche se quella attribuita con certezza è la Canestra di frutta del 1599, dipinta durante il suo soggiorno a Roma.

Il cardinale Federico Borromeo, che acquistò il dipinto, la definì “bellezza e incomparabile eccellenza”. L’opera infatti è ritratta con estrema minuzia come si può notare dalla buccia della mela, lucida ma già bacata, o dalle foglie dove alcune presentano ancora un aspetto rigoglioso mentre altre sono già rinsecchite.

La natura morta inizia quindi a diffondersi sia in Italia che in Europa diventando un genere vero e proprio così da essere commissionato da ricchi commercianti, banchieri e membri dell’aristocrazia.

Il successo si deve soprattutto al piccolo formato dell’opera che permetteva di decorare le case e ampliare le collezioni. Sulla scia lasciata da Caravaggio, Francisco de Zurbáran, pittore spagnolo attivo nel corso del Seicento, realizzò varie nature morte.

Sebbene sia noto per soggetti di monaci e martiri, ha realizzato una natura morta considerata un capolavoro già all’epoca della raffigurazione.

Dallo sfondo completamente scuro, privo di forma, poggiano su un tavolo tre brocche e un bicchiere illuminate da una luce che rende gli oggetti talmente veri che sembra quasi di poterli toccare.

L’eccellenza dei pittori olandesi

È nel Seicento che la sua importanza arriva al culmine. Non più considerata secondaria e di scarso interesse, ma un vero e proprio genere paragonabile a quelli storico e religioso, considerati da sempre i generi pittorici per eccellenza.

Questo successo si deve soprattutto alla pittura fiamminga che con la sua attenzione al dettaglio ha reso questo genere unico e sbalorditivo.

In Olanda vi era una cultura diversa rispetto a Italia e Spagna, infatti i soggetti di tipo religioso sono scarsi. Inoltre quasi non esistono committenti così facoltosi da permettersi di acquistare opere di grandi dimensioni. Era una società per lo più borghese con case più modeste e sobrie alle quali le rappresentazioni di natura morta erano sicuramente più adatte.

I dipinti rispecchiano la società, ecco perché le nature morte si concentrano prevalentemente sulla raffigurazione di fiori con la presenza di tulipani, ma anche strumenti ottici come ad esempio i cannocchiali, e tessuti damascati.

Ma non mancano le rappresentazioni di cibo come ad esempio il pesce, i formaggi, spezie provenienti dall’estero, volte a sottolineare la ricchezza di prodotti presenti sulle tavole.

Abraham van Beyeren è considerato l’artista più importante del periodo. Tra i suoi soggetti rientrano tavole di pesci, canestre di frutta e fiori, porcellane, creando composizioni sempre ben equilibrate. Spesso l’immagine di sé stesso al cavalletto compare riflessa in boccali d’argento.

Sempre in Olanda si diffonde un genere di natura morta chiamata Vanitas, un genere che allude alla caducità della vita.

Natura morta: Ottocento e Novecento

Nel corso dell’Ottocento però il genere inizia lentamente a perdere d’importanza dovuto probabilmente alla nascita di nuove correnti artistiche, come ad esempio l’Impressionismo.

Tuttavia si ritrovano ancora in artisti come Goya, Delacroix, Courbet, con un’immagine davvero drammatica, Van Gogh, Gauguin e Cezanne.

Concludiamo poi col Novecento dove tra gli artisti più rappresentativi bisogna citare Giorgio Morandi pittore e incisore bolognese morto nel 1964.

Creò numerose nature morte dove la scelta degli oggetti non è mai casuale. Egli non voleva creare sterili rappresentazioni, ma una realtà più profonda indagando sul concetto dell’essenza.

Articolo di Elena Bruno

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