Pinacoteca di Brera: le opere da non perdere

Il palazzo della Pinacoteca di Brera è un antico convento trecentesco. Per diversi secoli appartenne all’Ordine degli Umiliati, un ordine religioso che si diffuse nel nord-Italia durante il Medioevo. In seguito subentrano i Gesuiti o Compagnia di Gesù che lo adibiscono a scuola. Ma solo all’inizio del Seicento, il palazzo assumerà l’aspetto attuale grazie all’intervento dell’architetto Francesco Maria Richini.

Nel 1773, a causa della soppressione dei Gesuiti, il Collegio cambia nuovamente proprietà e l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria lo trasforma in uno dei luoghi di cultura all’avanguardia nella città. Nel 1776 l’Imperatrice inaugura una prima serie di opere volte alla formazione degli studenti. Con l’arrivo di Napoleone e cacciati gli Austriaci, nel 1805 Milano viene eletta capitale del Regno d’Italia.

Il palazzo si trasforma in un museo dove esporre i dipinti più importanti conquistati dall’esercito francese nelle varie campagne belliche. Nel XIX secolo, si aggiungono anche i dipinti provenienti da chiese e monasteri i cui ordini sono stati soppressi. Attualmente la Pinacoteca di Brera, che si trova nel cuore della città, è il primo museo di Milano ed è una delle gallerie più importanti del mondo. Ospita molti prestigiosi dipinti antichi e moderni e importanti opere scultoree del ventesimo secolo.

Il visitatore è accolto nel Cortile d’onore dall’imponente statua in bronzo, copia dell’originale in marmo conservata all’Apsley House di Londra, di 3 mt. del Canova che raffigura Bonaparte come “Marte pacificatore”. Salendo le scale, si raggiunge il primo piano e da lì inizia il percorso artistico. Per non perdersi, oggi vi presento le opere che, a mio modesto parere, sono le più importanti e che vanno assolutamente viste.  

La Flagellazione, Luca Signorelli 1480-1483

La Flagellazione di Cristo

Risale alla fine del ‘400 la “Flagellazione di Cristo“, un dipinto a tempera su tavola, di Luca Signorelli. Si tratta di una delle due facce dello stendardo processionale realizzato per la “Confraternita dei raccomandati di Santa Maria del Mercato” a Fabriano. Sulla seconda faccia è raffigurata la Madonna del Latte in Gloria, anch’essa visibile a Brera.

Lo stendardo giunge a Brera già separato e privo di cornice a causa della soppressione dell’Ordine avvenuta durante il periodo napoleonico. Luca Signorelli è considerato uno dei grandi maestri del Rinascimento.

Pur essendo stato allievo di Piero della Francesca, si stacca ben presto dalle figure statiche del maestro. Il suo stile pittorico si caratterizza per la raffigurazione del corpo umano in movimento, tecnica che sembra aver appreso dall’amico Antonio del Pollaiolo, pittore e scultore. L’opera, infatti, si presenta come una scena molto movimentata, dinamica e piena di spettacolo.

Attorno alla figura immobile di Cristo legata alla colonna, una schiera di personaggi si dispongono attorno a lui in modo scomposto: quattro aguzzini seminudi, un soldato armato come spettatore, in alto, seduto su un piedistallo, Ponzio Pilato e seminascosto un sacerdote ebreo. Interessanti sono le figure dei due flagellanti di schiena: in esse è possibile notare lo studio per l’anatomia del corpo, una delle caratteristiche importanti di Signorelli.

L’opera è collocata al Primo Piano nella Sala V. 

Ritrovamento del corpo di San Marco, Tintoretto, 1562-1566

Ritrovamento del corpo di San Marco 

Il “Ritrovamento del corpo di San Marco” è uno dei capolavori del Tintoretto. Appartiene ad un ciclo pittorico commissionato nel 1562 da Tommaso Rangone, medico e “Guardian grande” della Scuola Grande di San Marco a Venezia, e realizzato dal pittore veneziano. Il ciclo pittorico ha, come tematica, alcuni episodi e fatti miracolosi della vita del Santo.

L’opera raffigura il momento in cui, mentre i veneziani cercano il corpo di San Marco estraendo tutti i cadaveri dalle tombe, il Santo appare loro e, con gesto deciso, ferma la ricerca degli uomini. San Marco è in piedi, con un libro sotto il braccio, illuminato da una luce divina che lo rende vivo. Il corpo disteso ai suoi piedi è lui stesso estratto dal sepolcro che si intravede in fondo alla sala. Sulla destra della scena ritroviamo il committente in abiti sontuosi e un indemoniato che accresce il tono miracoloso dell’episodio.

La scena ha una forte connotazione teatrale come se tutto si svolgesse su un palcoscenico. I protagonisti assumono pose scomposte ma che, nello stesso tempo, trascinano il visitatore all’interno della scena. Il punto di fuga in fondo a sinistra, la profondità vertiginosa, i bagliori di luce e i colori scuri danno movimento all’opera ed enfatizzano il bianco innaturale dei cadaveri. Una volta ritrovato, il corpo di San Marco verrà poi trasportato a Venezia per essere custodito nell’omonima Basilica.

L’opera è collocata al Primo Piano nella Sala IX.

Cristo morto nel sepolcro e tre dolenti, Mantegna, 1470-1474

Cristo morto nel sepolcro e tre dolenti

Su questo dipinto, uno dei più celebri di Andrea Mantegna e uno dei simboli più noti del Rinascimento italiano, ci sono molte ipotesi e incertezze a causa dell’esistenza di diverse varianti dello stesso soggetto.

Sembra, però, che questo sia proprio il dipinto originale ritrovato nello studio di Mantegna dopo la sua morte avvenuta nel 1506. In seguito, nel 1507, il figlio di Andrea Mantegna vende l’opera al Cardinale Sigismondo Gonzaga.

Nel 1627, infatti, compariva nell’inventario dei beni dei signori di Mantova. Dopo tale data, la sorte del dipinto non è ben chiara perché ha più volte cambiato proprietario da Carlo I d’Inghilterra al Cardinal Mazarin. In seguito, per più di un secolo, non si hanno più notizie. Ricompare nuovamente nell’Ottocento quando trova la sua stabile dimora alla Pinacoteca di Brera nel 1824.

Molto probabilmente l’opera aveva una committenza privata e ricorda lo schema del “Compianto sul Cristo morto” con la presenza dei dolenti attorno al corpo di Cristo.

L’opera, infatti, raffigura il momento in cui, dopo la crocifissione, il Cristo è stato preparato deposto sulla pietra dell’unzione e cosparso di profumi pronto per la sepoltura. A sinistra del Cristo, si notano i dolenti che piangono e vegliano il corpo: si tratta probabilmente di Maria che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, san Giovanni con le mani giunte e la Maddalena in ombra. Lo scorcio prospettico accentua l’impatto emotivo del visitatore che, guardando da vicino il corpo di Cristo, viene trascinato al centro del dramma. Inoltre lo sguardo dello spettatore è anche rapito dai lineamenti profondi del corpo: le membra irrigidite come le ferite ben esposte in primo piano. Il dipinto è noto anche come “Lamento sul Cristo morto” o “Cristo morto e tre dolenti”.

L’opera si trova al Primo Piano nella Sala VI.

Cena in Emmaus, Caravaggio, 1605-1606

Cena in Emmaus

Un altro dipinto molto famoso e che merita una visita è la “Cena in Emmaus” di Caravaggio che rappresenta il momento in cui Cristo, dopo essere risorto, si manifesta qui a due  discepoli, un avventore e una serva in una taverna di Emmaus, località della Palestina.

Di quest’opera, realizzata da Caravaggio tra il 1605-1606, ne esiste una versione precedente ora custodita alla National Gallery di Londra.

Il quadro è stato realizzato in un momento particolare della vita dell’artista tra la fine del suo soggiorno romano e la sua fuga dalla città a seguito della condanna definitiva per omicidio, in una rissa, del rivale Ranuccio Tommasoni. Ignoto è il committente di tale opera: forse è stata realizzata per venderla e ricavare denaro per proseguire la fuga. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che il quadro è stato acquistato proprio sul mercato romano da Ottavio Costa, un banchiere genovese appassionato di Caravaggio, e rivenduto poi al marchese Patrizi. Infatti, nel 1939, quando l’Associazione amici di Brera acquista l’opera, il capolavoro si trovava ancora nel palazzo romano della famiglia Patrizi.

Il quadro è la fedele descrizione di quanto avvenuto ad Emmaus subito dopo la Resurrezione di Gesù secondo la narrazione del Vangelo di Luca. Rispetto alla versione precedente dell’opera, l’uso drammatico e teatrale della luce unito all’essenzialità cromatica conferiscono al dipinto una maggiore sacralità.

L’opera è custodita al Primo Piano nella Sala XXVIII.

In questo breve excursus sulle opere più importanti di Brera, sono state volutamente tralasciate i capolavori più famosi ovvero “Lo sposalizio della Vergine” di Raffaello, considerata da molti l’opera più bella della collezione, e Il bacio” di Hayez, icona del bacio romantico che ogni giorno fa sognare centinaia di turisti innamorati. 

Articolo di Canti Franca

NON PERDERTI I PROSSIMI ARTICOLI!

Ogni domenica ti invieremo gli articoli migliori della settimana, avrai accesso ai nuovi articoli prima degli altri e riceverai film e documentari a tema arte consigliati!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *