Dentro l’universo di Daniel Salvi: Intervista all’artista

•⁠  ⁠Sei nato a Taranto ma oggi vivi e lavori nella campagna milanese. Quanto ha influenzato questo cambiamento geografico la tua visione artistica?

Come Dalì aveva Portlligat, credo che ogni artista abbia più “luoghi della memoria”. Vivere tra contesti diversi ti mostra che, anche a pochi chilometri, esistono mondi diversi e pieni di valori, senza gerarchie tra “noi” e “loro”. Tornare in Italia dalla Germania mi ha fatto guardare il Paese con occhi di straniero: nei miei quadri convivono le campagne milanesi, il mare della Puglia, tutti i panorami di cui porto ricordo. È un’Italia magica, nascosta, selvaggia.

•⁠  ⁠Nel tuo percorso parli di un vero e proprio “rinascimento emozionale”. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la comunicazione visiva non ti bastava più?

Sì: ed era una sera gelida di gennaio ad Amburgo, alla Kunsthalle, durante l’opening di una mostra sulle femme fatale. In quelle sale ho incontrato Munch, Mucha e soprattutto la Circe di Waterhouse. Il suo sguardo mi ha travolto: mi sono sentito piccolo, e ho desiderato riuscire a fissare quella sua potenza. Da lì nasce l’urgenza delle mie Dee e Ninfe: da un istante di sublime inferiorità.

•⁠  ⁠Hai lavorato per anni nella comunicazione internazionale. In che modo quell’esperienza continua a influenzare il tuo lavoro artistico oggi?

Vengo da una grande tradizione di design milanese, ho avuto la fortuna di lavorare con mentori che hanno cambiato la comunicazione mondiale: da loro ho imparato la responsabilità della timelessness, creare qualcosa di rilevante, rifiutando le mode del momento. Nell’arte è ancora più difficile, ma è il mio compito. Voglio immagini sospese: potrebbero appartenere a due secoli fa o a un tempo futuro. Questo, per me, significa “creare per restare”.

•⁠  ⁠Nel tuo racconto il passaggio da Amburgo alla campagna milanese sembra quasi simbolico. Cosa hai lasciato davvero dietro di te in quel cambiamento?

La scelta di cambiare nazione può essere traumatica, anche se è per tornare nella madrepatria. Ho avuto incubi ricorrenti, inquietudini. A Milano, l’incontro con le opere di Magritte e Dalì mi ha dato un linguaggio per dare forma ai pensieri irrisolti, come i surrealisti. Ho iniziato a espormi davvero: pubblicavo le figure spaventose che vedevo nei miei sogni, e in pochi mesi gli incubi sono cessati. Da quella nuova quiete è nata la mia nuova ricerca: arte come ricerca e pratica di pace interiore.

•⁠  ⁠Hai descritto l’arte inizialmente come un processo terapeutico. È ancora così o oggi ha assunto un altro ruolo nella tua vita?

È ancora così: una terapia che non finisce, nel fare e nel guardare. Da un po’ ho aggiunto un’altra lingua: la musica. Immagini e suoni mi servono per elaborare, e per offrire lo stesso spazio a chi entra nei miei mondi.

•⁠  ⁠La serie Goddesses & Muses esplora mitologia, femminilità e spiritualità contemporanea. Come nasce l’idea di questo universo visivo?

La mitologia è una religione desacralizzata, piena di donne potenti e misteriose. Studiarle nella loro lingua originale mi ha segnato: ho letto delle loro pulsioni e – non per ultimo – quelle sessuali. Il desiderio femminile è stato stigmatizzato per due millenni; nei miei mondi è invece una delle forze più potenti e libere. Sono delle realtà panteiste: se sentissimo il divino in ogni cosa che ci circonda, tratteremmo natura e persone con più cura.

•⁠  ⁠Le tue figure femminili sembrano divinità ma anche persone reali. Che tipo di dialogo vuoi creare con chi osserva le tue opere?

All’inizio c’è riverenza: sono figure che ti guardano di sottecchi e ti leggono dentro. Poi arriva l’umano: negli occhi c’è una dolcezza imperfetta. È lì che lo spettatore si ritrova, e riconosce in loro le proprie emozioni.

•⁠  ⁠Nei tuoi lavori si percepiscono emozioni intense ma sempre trattenute. È una scelta consapevole?

Sì. Lo scambio di sguardi ha bisogno di stasi: un fermo immagine che congela il sentimento. Solo così c’è tempo per entrarci, capirlo, e rifletterlo come uno specchio. Serve immergersi lentamente.

•⁠  ⁠Nei tuoi lavori fotografia, pittura digitale e intelligenza artificiale convivono. Come riesci a mantenere una voce autoriale così forte usando strumenti tecnologici?

Sono molto severo: riconosco subito quando c’è gusto, cura, e storia dell’arte dietro un’immagine, specialmente se digitale. Seleziono molto: ho abbandonato più lavori di quanti ne abbia finiti. Alcuni aspettano mesi o anni, altri non usciranno mai. La voce autoriale nasce da questa disciplina: creare qualcosa di cui essere fieri e avere rispetto per chi guarda.

•⁠  ⁠Oggi l’uso dell’intelligenza artificiale nell’arte genera molto dibattito. Qual è la tua posizione su questo tema?

L’AI deve avere un’anima, non essere una gimmick. Non mi interessa il “morphing” decorativo che ora va di moda. L’AI è una scatola magica che può farti vedere l’impossibile: è un invito da prendere responsabilmente a essere più creativi, non a esserlo meno.

•⁠  ⁠Nel tuo metodo definisci l’AI come “materia da plasmare”. Puoi raccontarci come avviene concretamente il processo creativo?

L’AI non è né inizio né fine: è un mezzo. La uso con la fotografia per generare materiale che poi fondo manualmente: compositing, pittura digitale, ritocco. Il cuore però è l’incontro con le muse e le loro storie: cerco una composizione che non tradisca il loro messaggio, ma lo faccia arrivare.

•⁠  ⁠Nei tuoi progetti integri anche suoni e arte olfattiva. Quanto è importante per te superare il concetto tradizionale di immagine?

È avvenuto in maniera naturale: sono cresciuto tra immagini e musica, ho suonato, ho composto anche per la pubblicità. Il profumo è arrivato dopo, quasi come una rivelazione: pensavo di non avere olfatto, finché il mio amico di sempre Riccardo Barazzetta è diventato profumiere e mi ha “educato” alle essenze. Da lì la sfida: creare insieme sinestesie con profumi ispirati alle opere. Mi piace l’idea  di avvicinarci a un’arte totale.

•⁠  ⁠Che tipo di esperienza vorresti che il pubblico vivesse davanti a una tua opera?

Vorrei trovassero ciò che cerco di infondervi: affetto, sostegno, vicinanza. L’arte ci consola nei momenti cruciali. Io mi sentirò fiero quando quante più persone potranno provare lo stesso, grazie a una delle mie opere.

•⁠  ⁠Utilizzi spesso riferimenti al mito classico e rinascimentale. Perché pensi che questi archetipi siano ancora così potenti oggi?

Perché contengono una bellezza e un senso che si rigenerano nel tempo. Da Italiani a volte è difficile capire quanta bellezza abbiamo sotto gli occhi: amo guardare lo stupore negli sguardi di chi mi viene a trovare e vede per la prima volta monumenti e opere d’arte che abbiamo visto mille volte. Tutta questa bellezza si radica profondamente nelle storie e archetipi dell’antico, e in un tempo incerto come questo, abbiamo bisogno di credere in un altro mondo possibile, dove possiamo ritrovare certezza e bellezza.

•⁠  ⁠La spiritualità è un tema centrale nel tuo lavoro: è più una ricerca personale o un messaggio per il pubblico?

È soprattutto una ricerca personale. Studio da anni la storia delle religioni e dei credi. Dire che la spiritualità è umana è riduttivo: studi suggeriscono che anche gli animali abbiano un senso di devozione verso la natura, o rituali comuni per la perdita dei propri compagni. È come se la vita stessa si misurasse sempre con qualcosa di più grande. Credo che il modo migliore di essere vicini a questa grandezza sia quello di studiarla e conoscerla a fondo, oltre ogni dogma: forse non è il messaggio delle mie opere, ma è certamente il mio.

•⁠  ⁠Il tuo lavoro è legato anche al progetto internazionale Colors for Peace. In che modo questa collaborazione ha influenzato la tua ricerca artistica?

Dirigere la comunicazione di un’associazione internazionale come Colors for Peace, che nasce per raccogliere i disegni per la pace di tutti i bambini del mondo, mi ha dato stimoli nuovi e diversi. Da quando faccio arte, ho cercato di usare questa opportunità per sperimentare nuovi linguaggi e mettermi al servizio della creatività dei bambini e portare a tutti il loro messaggio. Per il decennale dell’associazione abbiamo presentato, negli spazi del Parlamento Europeo a Roma, l’inno alla pace che ho scritto e composto: ora ricevo video provenienti da tutto il mondo di bambini che cantano quella canzone, e mi commuove ogni volta. 

•⁠  ⁠Lavorare con i disegni dei bambini provenienti da oltre 150 Paesi cambia il modo in cui si guarda al mondo?

Sì: c’è qualcosa di spirituale nell’arte infantile, così essenziale e poco condizionata. I miei disegni preferiti non hanno colombe o arcobaleni: hanno campi, case, persone, animali che giocano. Spesso arrivano da luoghi devastati da conflitti: e lì capisci quanto la pace sia un desiderio innato e universale.

•⁠  ⁠Credi che l’arte possa davvero avere un ruolo concreto nella costruzione della pace?

L’arte costruisce persone, e le persone costruiscono la pace. Non ho molta speranza in chi affolla board internazionali per poi lanciare minacce di guerra dal pulpito: lo trovo grottesco e oltraggioso. Punto sulle generazioni che crescono con la pace come valore. Se la porti con te da sempre quando sei bambino, la preservi per sempre.

•⁠  ⁠Il motto che riassume la tua ricerca è “Solace & Wonder”. Cosa significa per te oggi?

È il nucleo di tutto: un rifugio dove recuperare meraviglia, e una cura emozionale. Un luogo simbolico in cui ci si nasconde, per poi tornare al mondo con più forza e consapevolezza. Arte come guarigione: un promemoria costante che non siamo soli.

•⁠  ⁠Qual è l’emozione che speri rimanga nello spettatore dopo aver visto una tua mostra?

Vorrei restasse il desiderio di tornarci. Che quel mondo multisensoriale diventi un luogo intimo, da fare proprio.

•⁠  ⁠Come immagini l’evoluzione della tua ricerca nei prossimi anni?

Non posso saperlo. Come non potevo immaginare, quella sera ad Amburgo, dove mi avrebbe portato la “chiamata” dell’arte. Quando lo scoprirò, sarete fra i primi a saperlo.

•⁠  ⁠C’è un progetto o una collaborazione che sogni di realizzare?

Due sogni: una grande mostra Colors for Peace in un museo del centro di Milano, e una di Goddesses & Muses alla Kunsthalle di Amburgo, dove tutto è iniziato. Un giorno vorrei vedere una mia opera accanto alla Circe di Waterhouse, o la mia Lilith vicino a quella di Collier. Rimarrei senza fiato.

•⁠  ⁠Se dovessi descrivere la tua arte con tre parole, quali sceglieresti?

Immersione. Empatia. Femminile.

Daniel Salvi Art

www.danielsalvi.art

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