Pop Art: poetica, protagonisti, curiosità.

Le origini dell’estetica contemporanea

Nonostante abbia avuto la sua massima diffusione in Nord America negli anni Sessanta, la Pop Art nasce in Gran Bretagna nel decennio precedente ad opera di un gruppo di intellettuali che si riunì sotto il nome di Indipendent Group.

Ad essi si deve l’intuizione di accordare ai prodotti di consumo di massa la stessa dignità dei prodotti della cultura alta. Mescolando gli ambiti dell’“alto” e “basso”, la Pop Art ha cambiato in modo profondo e definitivo il senso dell’estetica contemporanea.

Pop Art e popular culture

L’espressione pop art viene comunemente attribuita a Lawrence Alloway che ne viene considerato l’inventore. Tuttavia, lo stesso critico ha spiegato di aver utilizzato questa espressione per riferirsi ai prodotti della cultura di massa e non alle opere d’arte che hanno come soggetto la cultura popolare. Ad ogni modo la frase pop art divenne corrente tra il 1954 e il 1957 per riferirsi ai lavori dei membri dell’ Indipendent Group. Pop Art diventa poi l’espressione alta di una sensibilità generalizzata che guarda alla cultura popolare e di massa con la stessa serietà dell’arte.

E. Paolozzi, I Was a Rich Man’s Plaything, 1947

I collages Pop

Le vicende della Pop Art britannica hanno inizio nel 1952, quando Eduardo Paolozzi presenta ad una conferenza all’ICA alcuni suoi collages realizzati qualche anno prima. In I Was a Rich Man’s Plaything, preleva immagini dalle confezioni di prodotti di consumo. Una pistola spara sulla bella ragazza una nuvoletta al cui interno compare la scritta “Pop!”, mentre in basso in bella vista l’artista posiziona una bottiglia di Coca-Cola con il suo logo, leitmotiv dell’iconografia pop.

Da non dimenticare i collages leggermente aggettanti di Peter Blake, autore, tra l’altro, della copertina del leggendario disco dei Beatles Sergent Pepper’s Lonely Hearts Club Band, diventato un’icona della Swinging London.

In questi lavori, quindi, convivono il fascino per le immagini della cultura popolare e l’influenza delle Avanguardie. La tecnica dada-surrealista, infatti, viene adoperata per restituire l’effetto di bombardamento visivo che caratterizza i messaggi mass-mediali.

Just what it is that Makes Today’s Homes so Different, so Appealing?

Gli artisti Pop prelevano dal mondo che li circonda prodotti e icone presentandoli così come sono e intervenendo solo attraverso strategie di decontestualizzazione che permettono di elevare l’oggetto a modello esemplare. Così facendo essi assecondano la logica dominante della società postmoderna, basata sulla comunicazione di massa e sulla spinta ad un consumismo sfrenato. Di queste dinamiche Richard Hamilton è stato uno dei primi lucidi osservatori. Nel suo celebre collage Just what it is that Makes Today’s Homes so Different, so Appealing?, presentato in occasione della mostra “This is Tomorrow” del 1956, l’artista raggruppa tutti gli elementi che di lì a poco sarebbero diventati il serbatoio da cui attingere per tutti gli artisti della Pop Art.

“La fotografia, il cinema, la televisione, la pubblicità, i fumetti, le riviste di pin-up e muscle-men, le confezioni di cibi pronti, i prodotti di largo consumo e le loro etichette. […] Già arricchiti dello humour e dell’arguzia che avrebbero più tardi conferito alla Pop Art il suo fascino particolare”. (Livingston, 1999)

Con quest’opera Hamilton indica che, dopo aver conquistato le strade della città, la cultura pop è entrata prepotentemente anche nelle case dell’uomo contemporaneo e ne ha trasformato le abitudini e lo stile di vita.

R. Hamilton, Just what it is that Makes Today’s Homes so Different, so Appealing?, 1956

L’immaginario erotico di Allen Jones

La Pop Art pone al centro della propria riflessione anche i desideri suscitati dalla cultura di massa. In questa direzione si collocano le sculture di Allen Jones, in cui l’artista affronta i temi dell’erotismo e della sensualità, caricandoli dell’ironia che caratterizza la sua poetica. Egli visualizza l’immaginario che ha ridotto la donna a oggetto, feticcio, bambola. In Chair e Table le figure femminili stilizzate, fortemente erotiche e in abiti succinti svolgono il ruolo di oggetti d’arredo. Le sue opere furono molto criticate dal movimento femminista che iniziava a svilupparsi in quegli anni. Tuttavia, Jones ha sempre dichiarato che il suo intento era quello di offrire un’alternativa alla classica scultura e, al contempo, scuotere lo spettatore.

A. Jones, Table, 1969

Il movimento Pop negli Stati Uniti

Il 1962 è un anno molto importante per la Pop Art americana perché vennero organizzati una serie di eventi che contribuirono alla diffusione del movimento artistico. Tra questi la celebre mostra curata da Sidney Janis, che radunava artisti del New Dada,  della Pop inglese e americana e del Nouveau Realism, fu organizzata al MoMa di New York che ufficializzò l’espressione Pop Art.

La Factory e la Business Art di Andy Warhol

Andy Warhol è un artista che non ha bisogno di presentazioni, protagonista indiscusso di questa nuova modalità di concepire la relazione dell’arte con i prodotti della cultura di massa. Ma Warhol – pittore, fotografo, scrittore, editore, cineasta, produttore di gruppi musicali – cambia radicalmente anche l’idea stessa di artista trasformandolo in un imprenditore di se stesso, abile comunicatore e promotore della sua stessa arte. Insomma è in questi anni che si sviluppa l’idea che l’artista sia un vero e proprio professionista che lavora a stretto contatto con i suoi collaboratore, pienamente inseriti nel processo creativo. Factory, infatti, è il nome dello studio fondato da Andy Warhol e organizzato come una piccola industria grazie al lavoro di diverse persone. La Factory ospita anche molti personaggi destinati a diventare famosi, tra cui in “Velvet Underground” e i “Rolling Stones”, diventando subito un punto di riferimento culturale, studio cinematografico, teatro sperimentale e laboratorio letterario. 

A. Warhol, Velvet Underground & Nico Cover, 1967

Uno stile freddo e impersonale

Andy Warhol parte dalla comunicazione pubblicitaria per approdare all’arte, elaborando uno stile freddo e impersonale con l’intenzione di produrre un’arte che fosse una registrazione impassibile della realtà. Per questo motivo la confezione del detersivo Brillo, le lattine della Zuppa Campbell e della Coca-Cola diventano i motivi ricorrenti nelle sue opere. L’arista sceglie questi oggetti perché simboli del gusto popolare e li riproduce serialmente, allo stesso  modo in cui li vediamo disposti sugli scaffali dei supermercati. Con lo stesso procedimento, Warhol rappresenta i personaggi famosi, come Marilyn Monroe e Liz Taylor. Nel caso della sua icona più nota, Marilyn, Warhol non realizza veri e propri ritratti della diva, ma ne riproduce la sua immagine pubblica e mediatica, facendo emergere attraverso l’uso di colori saturi, solo gli elementi più celebri del suo volto: i capelli biondi, lo sguardo languido e le labbra rosse. Consapevole dell’importanza della diva nell’immaginario collettivo, Warhol si interessa alla sua immagine riproducendola meccanicamente per compiacere i suoi ammiratori.

A. Warhol, Shot Orange Marilyn, 1964

Le sculture inedite di Claes Oldenburg

Svedese, ma presto trasferitosi in America, nel 1961 Claes Oldenburg ha dichiarato:

Sono per un’arte che tragga le sue forme direttamente dalla vita, che si intrecci e si espanda fino all’impossibile e si ingrandisca e sputi e sgoccioli, dolce e stupida come la vita stessa.

Infatti, le sue sculture riproducono in grandi dimensioni e in materiali sintetici, colorati e morbidi oggetti comuni di vario tipo: cibo, abiti, mobili. In Giant Fagends del 1967, un banale posacenere con al suo interno i mozziconi di sigaretta diventa un enorme scultura molle che disorienta lo spettatore perché alla sua aderenza al vero non corrispondono né le grandi dimensioni, ne il materiale con cui è realizzata. In Bedroom Ensemble (1963), Oldenburg costruisce una serie di mobili a forma di rombo e in tessuti tigrati dove emerge un gusto kitsch eccessivo e sovrabbondante. In seguito le sculture giganti di Oldendurg che riproducono rossetti, cannocchiali o altri oggetti quotidiani sono stati collocati in ambienti urbani, assumendo lo statuto di monumenti pubblici, che sono lì a ricordarci il consumismo sfrenato ed eccessivo che caratterizza la cultura contemporanea.

C. Oldenburg, Giant Fagends, 1967

L’estetica pubblicitaria di Tom Wesselmann

Con Tom Wesselmann ci spostiamo negli interni. L’artista riproduce spaccati di vita domestica assemblando dipinti e oggetti reali. Lo stile è quello impersonale dell’estetica pubblicitaria, come vediamo in Bathtub 3 (1963) che raffigura una donna intenta ad asciugarsi dopo aver fatto il bagno. In quest’opera realtà pittorica e oggetti reali si confondono in gioco di corrispondenze cromatiche. Al bianco del corpo femminile fa da contraltare il bianco della porta, il giallo dei capelli rimanda a quello della parete e dell’asciugamano e il blu della vasca a quello delle piastrelle. Inoltre la figura femminile è anonima, delineata in modo schematico, senza rilievo e la testa priva di volto. Infatti, Wesselman ha sempre dipinto donne perfette nella propria autorefenzialità che incarnano l’ideale estetico del nostro tempo. Una donna come prodotto di una cosmesi elevata a culto, in cui non vi sono imperfezioni o segni di invecchiamento. Esse rappresentano un simbolo anonimo di un immaginario che tutto comprende: dall’erotismo delle pin-up all’uso del messaggio sessuale nella comunicazione pubblicitaria.

T. Wesselman, Bathtub 3, 1963
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