Gli ultimi capolavori di artisti famosi

Introduzione

“Cos’è la storia? Le sue radici sono in secoli di lavoro sistematico dedicato alla soluzione dell’enigma della morte, così che la morte stessa possa essere sconfitta. Ecco perché le persone scrivono sinfonie, e perché scoprono l’infinitezza matematica e le onde elettromagnetiche.” Così scriveva Boris Pasternak nel suo famoso romanzo Dottor Zivago, edito nel 1957 in anteprima mondiale, proprio in Italia. Noi ci permettiamo di aggiungere che anche l’arte riesce a superare la morte, soprattutto quando è atto ultimo e  testamento spirituale. Vediamo allora insieme le ultime opere di artisti famosi, quei capolavori che racchiudono, a volte, un messaggio escatologico rivolto all’umanità tutta.

La Trinità di Masaccio

Iniziamo da un affresco che probabilmente, nelle intenzioni dell’autore, non doveva essere la sua ultima opera. Masaccio, genio assoluto del primo rinascimento fiorentino, morì infatti di malattia improvvisa a soli ventisette anni ma appena prima di spirare, nel 1428 completò la Trinità, uno splendido affresco ancora oggi visibile nella Basilica di Santa Maria Novella a Firenze. Un capolavoro assoluto, summa delle regole prospettico matematiche del rinascimento fiorentino, riconosciuto in questo senso, anni dopo, anche da Giorgio Vasari. Nelle sue Vite leggiamo infatti: “Quello che vi è bellissimo, oltre alle figure, è una volta a mezza botte tirata in prospettiva, e spartita in quadri pieni di rosoni che diminuiscono e scortano così bene che pare che sia bucato quel muro.” Un opera ultima che ha saputo veicolare e portare a noi la lezione tutta del rinascimento.

Pala di Casalmaggiore, Parmigianino

Il 1540 fu un “Annus horribilis” per il genio del rinascimento di Parma, in fuga dai debiti e dal lavoro incompiuto nella chiesa della Madonna della Steccata, cinque mesi di vita che lo vedono correre verso una morte in giovane età, dovuta ad una misteriosa malattia. In quello stesso anno però il pittore dipinse la bellissima tela, oggi conservata a Dresda, (Gemäldegallerie) e un tempo a Casalmaggiore nel Duomo di Santo Stefano, dove oggi resta solo una copia settecentesca del dipinto. La Madonna con i Santi Stefano e Giovanni Battista ci trasporta in un mondo buio, un paradiso dove la luce filtra attraverso nubi nere e minacciose: un’ anticipazione del senso penitenziale del Seicento, un grande capolavoro venato da un dramma esistenziale indissolubile. Parmigianino morirà in quello stesso anno proprio a Casalmaggiore e una lapide, oggi, ricorda il presunto luogo della sua inumazione, nel santuario della Madonna della Fontana, ai margini della cittadina lombarda.

Lorenzo Lotto, Presentazione al tempio

Nel caso del pittore veneziano Lorenzo Lotto, possiamo seguire la fase finale della sua vita attraverso un prezioso documento, il “Libro di spese diverse”, una sorta di diario, non solo commerciale, dove il pittore annotava le spese ma anche alcuni pensieri, e, se uniamo questi ultimi al testamento del 1564, in cui si definisce “solo, senza fidel governo et molto inquieto nella mente” capiamo come l’artista abbia vissuto anni di inquietudine ed incertezza. Ma il suo ultimo dipinto autografo, la “Presentazione al tempio” del 1556, conservata a Loreto, ci lascia intravedere una nota di speranza. Alla fine della sua esistenza, l’artista si ritira come oblato nella Santa Casa di Loreto e qui trova un conforto religioso che si intravede in questa sua ultima creazione. Un senso della pittura vago e leggero, gli eccessi della gioventù smorzati ed addolciti, una tela formalmente composta e intrisa di luce chiara. Un messaggio di speranza religiosa.

Gian Lorenzo Bernini, Busto del Salvatore

Espressione ultima del genio di Gian Lorenzo Bernini, il Busto del Salvatore si trova oggi a Roma nella Basilica di San Sebastiano fuori le mura; attorno a questa opera un alone di mistero. Realizzata nel 1679 come dono per Cristina di Svezia, dallo scultore ormai ottantenne, è scomparsa per lungo tempo. Identificata in passato con diverse copie, solo recentemente la versione romana è stata riconosciuta come originale dalla quasi unanimità della critica. Bernini era molto affezionato a questa opera a cui indirizzò “tutti gli sforzi della sua cristiana pietà e dell’arte medesima”. Un atto artistico finale colorato dalla luce religiosa.

Marcel Duchamp Étant donnés

È questa l’opera ultima e più misteriosa di Marcel Duchamp, quella a cui si dedicò negli ultimi anni della sua vita, appositamente creata per il museo di Philadelphia, dove possiamo ancora ammirarla. Una installazione complessa, che appare dapprima come una porta chiusa, da cui possiamo spiare, letteralmente, il mondo dell’artista. Guardando attraverso piccoli buchi vedremo un corpo nudo di donna che regge una lampada, in un paesaggio naturale, sullo sfondo di una cascata: complessi elementi alchemici da sempre presenti nell’opera del maestro Dada che già erano protagonisti del “Grande vetro”, opera cardine nella produzione artistica del maestro. L’installazione ha dato origine ad infiniti tentativi di interpretazione, alla base resta comunque quell’ ironico e complesso gioco di sguardi, che Duchamp lascia al suo pubblico come testamento ultimo, in sintonia con quella curiosa ironia che da sempre è stata la cifra dell’artista.

Henri Matisse Chapelle du Saint-Marie du Rosaire

Una storia di amore e di affetto si cela dietro l’ultima, nonché unica, opera architettonica di Matisse. Il grande pittore fauves, negli ultimi anni della sua vita, già provato dalla malattia, incontra un’infermiera, Monique Bourgeois, il rapporto professionale diventa, col tempo, sempre più un rapporto di affetto amicizia e ammirazione, tanto che il Maestro chiede alla giovane di posare per lui, (è ritratta ad esempio nell’opera L’idole, e in molte altre). La donna nel 1944 decide di prendere i voti presso il convento domenicano di Monteils, e viene poi trasferita, per motivi di salute, a Vence. Qui il pittore, che nel frattempo era rimasto deluso dalla scelta religiosa della ragazza, si riavvicina a lei, e accetta addirittura la proposta di realizzare, gratuitamente, una nuova cappella per il convento, la Chapelle du Saint-Marie du Rosaire. Un lavoro accolto trionfalmente dalla stampa dell’epoca e che incontrerà opinioni favorevoli ma anche pretestuosi veti come quelli imposti dalla Madre Superiora del convento. In ogni caso questa opera ultima di Matisse, terminata con grande fatica fisica nel 1951, per colpa della vecchiaia e della malattia, è una sublimazione del fare artistico del Maestro, una riconciliazione con la spiritualità. Ogni dettaglio della cappella è pensato e disegnato dal pittore, ad esempio le grandi vetrate, ridotte ad un significativo minimalismo giocano sui toni del verde del blu e del giallo. Una sorta di apertura verso quella spiritualità che negli anni della giovinezza il maestro aveva lasciato sepolta nella sua pittura ricca di colore e carnalità.

Camillo Boito Casa Verdi

Concludiamo questa carrellata con un musicista, un grande compositore, Giuseppe Verdi. Nella sua lunga vita quale sua opera avrà giudicato essere la più riuscita? “Delle mie opere, quella che mi piace di più è la Casa che ho fatto costruire a Milano per accogliervi i vecchi artisti di canto non favoriti dalla fortuna, o che non possedettero da giovani la virtù del risparmio. Poveri e cari compagni della mia vita!, queste le sue parole, non quindi un melodramma ma la casa di riposo per artisti realizzata fra il 1896 e i 1899 dall’architetto Camillo Boito in stile neogotico. Giuseppe Verdi e la moglie, la cantante Giuseppina Strepponi vollero essere sepolti proprio nella cappella di questa casa, dove ancora oggi possiamo rendere loro omaggio. Un’opera ultima, sorprendentemente architettonica e non musicale, dettata dalla generosità e dall’altruismo, che si unisce al messaggio affidato al suo ultimo capolavoro in musica: Falstaff. L’opera, del 1893, vanta un libretto di Arrigo Boito, fratello ben più noto dell’architetto scelto per la villa e che affida alle ultime note un messaggio importante, condiviso da Verdi: “Tutto nel mondo è burla”. Un messaggio ultimo per ricordare a tutti noi di vivere una esistenza sempre ricca di autoironia e senso critico.

Articolo di Giorgio Panigati – Instagram: Lessisabore80

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