Il Grande Vetro di Marcel Duchamp: un’analisi

La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche, meglio conosciuta come il Grande Vetro, è un’opera che rappresenta la sintesi del complesso e stratificato pensiero di Marcel Duchamp. Si tratta anche di una delle opere più significative del XX secolo, perché esprime tutte le potenzialità di una nuova sensibilità estetica e sociale colta e interpretata dalle avanguardie storiche.

M. Duchamp, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche, 1915-1923

Un’elaborazione lunga, meticolosa e incompleta

Già nel suo titolo originale, lungo e piuttosto assurdo, l’opera di Duchamp rivela tutta la sua complessità semantica. L’artista ne ha iniziato la realizzazione intorno al 1912 con una serie di disegni progettuali, avviandone la concreta produzione nel 1915, per poi dichiararla «definitivamente incompiuta» nel 1923. Nel 2014 il “Centre Pompidou” di Parigi ha realizzato una grande mostra in cui ha esposto tutti i materiali che sono serviti a Duchamp per preparare il Grande Vetro, un’enorme quantità di materiale composto da scritti, taccuini, schizzi e bozzetti dell’ultima opera a cui l’artista si è dedicato prima di darsi professionalmente al gioco degli scacchi.

La composizione dell’opera

L’opera è composta da due grandi lastre di vetro. Quello superiore, il Regno della Sposa, è immobile e occupato da un oggetto simile ad una nuvola, un velo o una Via Lattea. Quello inferiore, l’apparecchio Scapolo, invece, è mosso dal desiderio di raggiungere il Regno della Sposa, ma perché questo accada è necessario che il complesso meccanismo che ne regola il funzionamento non si inceppi e lavori alla perfezione.

Da un punto di vista stilistico la composizione dell’opera ricorda le pale d’altare, come l’Assunta di Tiziano o la Trasfigurazione di Raffaello, in cui vediamo una parte superiore – il mondo divino – e una inferiore – che rappresenta l’umano.  

Da un punto di vista filosofico, la divisione tra questi due mondi ricorda anche la separazione platonica tra il mondo trascendente delle Idee e quello immanente della realtà visibile.

M. Duchamp, Macinatrice di cioccolato, 1913

Erotismo e inconciliabilità di due mondi

L’interpretazione più accreditata, anche perché fondata sugli scritti dello stesso Duchamp, vuole che il Grande Vetro rappresenti il desiderio erotico e, allo stesso tempo, l’impossibilità di conciliare l’universo maschile con quello femminile. L’apparecchio-Scapolo è composto da nove divise maschili che rappresentano categorie e non più individui – il becchino, il barista, il poliziotto, il corazziere. Questi uomini ridotti ad automi compiono un movimento doppio in avanti e indietro, come in un rapporto sessuale, muovendo la macinatrice di cioccolato, già presente in un altro dipinto di Duchamp del 1914. L’artista sceglie questa macchina come simbolo del desiderio e del piacere. Tuttavia i nove colpi sparati verso l’alto dagli Stampi maschi non centrano il bersaglio, la Sposa, anch’essa già presente nel Nudo che scende le scale, e vanno a creare nove buchi sul vetro superiore. Questa macchina si rivela, quindi, inutile e decisamente poco eroica.

M. Duchamp, Nudo che scende le scale, 1912

Il “caso”

Il caso è un elemento centrale del Grande Vetro. Infatti, l’opera formata da due lastre di vetro dipinte con colori a olio e vernici, inserti di lamina, fili di piombo e argento, presenta gravi lesioni causate da una caduta durante un trasporto in camion. Duchamp non ha mai voluto che il vetro fosse riparato, considerando queste lesioni un intervento del caso e, quindi, parte integrante dell’opera.

La scelta del supporto, inoltre, crea continue e nuove commistioni tra l’immagine dipinta e l’ambiente circostante.. Il vetro, infatti, data la sua trasparenza, accoglie dentro di sé ciò che accade al di là, cambiando continuamente. L’opera, quindi, è il Grande Vetro con tutto ciò che gli passa intorno, anche lo spettatore che si specchia in esso.

Duchamp e il Grande Vetro

Allevamento di polvere

Tutto ciò che accade senza un progetto affascina Marcel Duchamp, al punto da indurlo a lasciare per alcuni mesi l’opera in posizione orizzontale, in modo che la polvere potesse posarsi su di essa. Poi, nel 1920, chiese a Man Ray di documentare questo intervento del caso attraverso una fotografia dal titolo Allevamento di polvere. In seguito Duchamp incollò la polvere su una parte dell’opera come simbolo di ciò che accade per caso.

Man Ray, Allevamento di polvere, 1920

Il ribaltamento delle ideologie di genere

Per come è concepita, l’opera rappresenta l’impossibilità di una relazione tra la Sposa e lo Scapolo, ribaltando il potere di genere e, più in generale, l’ideologia patriarcale presente nelle società umane. Infatti, la fioritura arborea della Sposa e i complessi meccanismi della trebbiatura dell’apparecchio-Scapolo contrappongono il maschile, e quindi, l’uso della tecnologia applicata alla vita, e il femminile associato all’acqua come simbolo della forza primordiale della natura. Questo artificio che si ibrida con la natura senza che sia più necessaria la fecondazione del maschio implica un ribaltamento delle relazioni di potere tra i sessi

sfavorevole all’uomo Scapolo e favorevole alla donna-Sposa. Per Duchamp, l’identità della donna appare, quindi, tanto complessa e stratificata quanto più la si guarda da vicino o si “vetrinizza”

Lyotard, 1977

Una chiave interpretativa

Quella appena tracciata è solo una delle numerose interpretazioni che accompagnano la storia di quest’opera complessa ed enigmatica. Lo stesso Duchamp non ha mai voluto darne una spiegazione, nella convinzione che qualsiasi ipotesi interpretativa, in quanto frutto del caso, possa essere ritenuta plausibile, anche se estranea alle intenzioni dell’autore. Quindi appare possibile pensare che il Grande Vetro, tra i suoi tanti significati, interpreti la nuove sensibilità estetica e sociale che coglie le potenzialità della civiltà delle macchine e allo stesso tempo, porti avanti una critica alle rappresentazioni tradizionali del femminile e dei valori e ruoli ad esso associati.

Alessandra Olivares

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