Perché Alessandro Filipepi si chiamava Botticelli?

Ma perché Alessandro Filipepi si chiamava Botticelli?

Perché Alessandro Filipepi si chiamava Botticelli?

Come mai Alessandro Filipepi si chiamava Botticelli?

Perché Alessandro Filipepi si chiamava Botticelli?: L’estro di Botticelli si sviluppa nella cultura fiorentina dei Medici. Tra i massimi esponenti del Rinascimento Italiano, Botticelli è stato un artista prolifico e innovativo, tanto che le sue opere restano, ancora oggi, il simbolo incontrastato della cultura laurenziana.

Il termine, laurenziano, deriva dalla celeberrima Biblioteca Medicea Laurenziana, anticamente chiamata Libreria Laurenziana: una delle principali raccolte di manoscritti al mondo, nonché un importante complesso architettonico di Firenze, disegnato da Michelangelo Buonarroti tra il 1519 e il 1534.

“Alessandro, chiamato all’uso nostro Sandro, e detto di Botticello”. Con queste parole Giorgio Vasari introduce nelle sue “Vite” la biografia di uno dei più grandi pittori del mondo.

Breve Biografia di Sandro Botticelli

Sandro di Mariano Filipepi nacque a Firenze nel 1445, ultimo di ben quattro figli maschi: Giovanni, Antonio, Simone e lo stesso Sandro (il cui nome completo è Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi ).

Il padre dell’artista, Mariano di Vanni Filipepi è un conciatore di pelli, un mestiere molto comune allora; stando ad alcuni documenti dell’epoca, Sandro Filipepi cresce con non pochi problemi di salute, cosa che lo porta a sviluppare un carattere poco estroverso. Si dice sia stato suo fratello il primo ad avere il celebre soprannome di Botticelli, un nomignolo poi esteso a tutti gli altri membri della famiglia Filipepi, in quanto “grasso come una botticella”, sebbene molti ritengano che il soprannome di Sandro derivi piuttosto dalla sua abilità di orafo (ovvero “battigello” o “batticello”, in lingua moderna “battiloro”).

Sempre secondo Vasari, il giovane Sandro venne infatti introdotto nella bottega di un orefice amico del padre, chiamato appunto il Botticello. Fu proprio grazie a questo mentore che egli scoprì il suo amore e talento per la pittura.

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Di pseudonimi, nomignoli, soprannomi è pieno il mondo e quindi non c’è da stupirsi se Sandro Botticelli non si chiamasse proprio Sandro Botticelli. Crescendo, il giovane frequenta la bottega di Filippo Lippi. Nel frattempo legge, e molto. E pensa, ragiona. Si perde nella Divina Commedia, quindi in parallelo alla pittura coltiva un amore immenso verso le lettere, la poesia. Si avvicina a Poliziano, il cui vero nome, a dir la verità, è Agnolo Ambrogini.

Nella maturità artistica le sue opere, non si limiteranno a delle buone pitture. Andranno oltre, presentandosi come dei veri e propri rompicapi. Come dei rebus.

Non è solo l’adesione alla filosofia neoplatonica e la sua frequentazione all’ ambiente mediceo che spinge Botticelli a giocare con lo sguardo dell’osservatore.

Botticelli il Burlone

A Sandro piaceva da morire burlare, scherzare e come direbbero i toscani, fare il grullo, e così anche nella pittura.

Lui si trovò a vivere un ambiente abbastanza austero, infatti alla base del neoplatonismo c’è questa convinzione: l’uomo si può elevare verso l’Idea soltanto tramite la bellezza. Affinché questo processo si compia non si può dipingere in maniera disordinata, naturalmente. È necessario dar vita a qualcosa di straordinariamente bello. E, per farlo, oltreché capaci, bisogna essere seri.

Non si spiegherebbe come la bottega del Botticelli, così vitale, così allegra, sia stata capace di dare alla luce in così breve tempo così tante opere. Non solo capolavori, ma manufatti d’ogni genere: ritratti, ricami, immagini per libri, incisioni, pale d’altare. Alessandro Cecchi, nel suo Botticelli, sintetizza perfettamente il contesto in cui il maestro si trovava: dirigere i lavori in un ambiente del genere con urlacci, frustate e piglio autoritario avrebbe significato strozzare in partenza le possibilità espressive della bottega. Assecondare troppo la baraonda, di contro, avrebbe trasformato la produzione della bottega in una serie di pale sghembe, di tele malconce, al massimo di chiassose e approssimative chiazze di colore.

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Botticelli riuscì a trovare un equilibrio.

Nell’anno 1482 arriva da Ferrara un frate che cambierà completamente la vita dei fiorentini e della sua, in particolare, nonché della stessa chiesa per vari anni. Si parla di Girolamo Savonarola e dei suoi seguaci i Piagnoni.La politica internazionale con la discesa in Italia di Carlo VIII di Francia nel 1494,  che vanta un lontano diritto ereditario alla corona di Napoli, l’insipienza di Piero de’Medici e la sua cacciata da Firenze. Il saccheggio del palazzo Medici in via Larga, l’avvento della repubblica con Pier Antonio Soderini; tutto sembra giocare un ruolo per l’affermazione del Savonarola. Infatti in questi anni il frate sarà il vero padrone di Firenze e Botticelli si pente, smette di dipingere aderisce alla sua setta.  Ha inizio per lui una crisi irreversibile verso un esasperato misticismo.

Il papa Borgia, pazientemente, attende che Carlo VIII se ne torni in Francia sconfitto e poi decreta la scomunica e la condanna di Frate Girolamo che il 23 maggio 1498 viene giustiziato con altri due confratelli e bruciato sul rogo nello stesso luogo in cui, poco più di un anno prima, si erano fatti i falò.

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Sandro Botticelli, dopo la morte di Savonarola, non è più lo stesso. Solo in lui l’influenza del frate è stata così profonda.  Non ha più l’appoggio di Lorenzo, morto da alcuni anni, lo sostengono  gli amici fedeli come Filippino Lippi ma il brillante Sandro è diventato un povero derelitto.Sandro Botticelli muore il 17 maggio 1510 in povertà e viene sepolto nella chiesa di Ognissanti. Lo stesso luogo che conserva la sua opera muraria di Sant’Agostino nello studio del 1480 circa. Sulla parete opposta, dello stesso anno, troviamo il San Girolamo nello studio del quasi contemporaneo Domenico Ghirlandaio.  Pare che i due giovani artisti si siano sfidati in una goliardica competizione.

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Questo excursus sulle influenze culturali,politico e sociali del tempo spiegano bene come il rigore e l’austerità del suo tempo  siano sempre andati stretti a Botticelli. E forse per questo, scherzandoci su, ha deciso ai tempi di usare questo pseudonimo. Per alleggerire l’ambiente laurenziano di cui faceva parte e per distinguersi, da “grullo” quale era nel suo tempo.

Articolo di Antonella Graziano

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