I soggetti che hanno ossessionato gli artisti più famosi!

Nella storia dell’arte spesso ci imbattiamo in soggetti che volutamente sono stati riprodotti dallo stesso autore o da autori diversi per più volte e i motivi sono disparati.

Le ninfee di Monet

Partiamo ad esempio da uno degli esempi più noti: la serie di 250 ninfee dipinte da Monet. Quella di Claude Monet è infatti una vera e propria ossessione che ha origine vicino a Parigi, per la precisione a Giverny, dove questo grande artista dimora e dipinge dal 1883 sino alla sua morte, nel 1926. Intorno alla casa colonica che funge da abitazione e studio allestisce, negli anni, uno stupendo giardino fiorito (visitabile ancora oggi), con tanto di stagno per alloggiare le famose ninfee e, sopra di loro, un grazioso ponte giapponese. Siamo negli anni Novanta dell’Ottocento e Claude Monet (1840-1926) è ormai un uomo maturo, ma non per questo senza sete di innovazione e ricerca nella pittura. Ci troviamo di fronte ad un pittore sempre insoddisfatto del suo operato, spesso caratterizzato per questa ragione dalla riproduzione frequente di determinati soggetti come i covoni di fieno, la facciata della Cattedrale di Rouen e, per l’appunto, le ninfee del suo giardino di Giverny.


Si tratta di una serie di opere apprezzate sin da subito dalla critica e diventate con il tempo famose in tutto il mondo per la loro unicità e per il fascino innegabile. Stiamo infatti parlando del padre dell’Impressionismo, che supera a piccoli passi  il movimento che lui stesso ha contribuito a creare, avvicinandosi via via all’Astrattismo arrivando a forme decisamente più libere e a composizioni più articolate.

La serie della cattedrale di Rouen

Sempre Monet, tra il 1892 e il 1894 dipinse ben 48 opere ritraenti uno stesso soggetto, la Cattedrale di Rouen, in Francia. Il punto di vista era sempre lo stesso, ciò che cambiava era la luce: Monet voleva riportare lo stesso oggetto in diversi momenti della giornata o in differenti condizioni climatiche. Sebbene le ragioni che indussero Monet a cimentarsi in questa impresa furono diverse, è innegabile che in questo modo chi guarda uno di quei dipinti viene trasportato per un momento accanto al pittore mentre guarda la cattedrale, tra la nebbia e il freddo o in un giorno piovoso o ancora sotto il sole alto nel cielo.


Umberto Boccioni

Facendo un balzo in avanti, incontriamo Umberto Boccioni (1882-1916) nel biennio del 1911 e il 1912. Durante quest’arco di tempo relativamente breve, il pittore allora quasi trentenne sviluppa profondamente il proprio stile. Nel 1911 Boccioni ha ventinove anni e tutta una serie di spostamenti in territorio nazionale ed internazionale alle spalle. Nato in Calabria, trasferitosi con la famiglia in Emilia-Romagna dove trascorre l’infanzia, si sposta poi a Genova e Padova, sempre in compagnia della famiglia. Nel 1901 si trasferisce a Roma, dove conosce Gino Severini, Giacomo Balla e Mario Sironi. Nel 1906 visita Parigi e la Russia e nel 1907 arriva a Milano, dove si stabilisce e si avvicina al movimento divisionista, risentendo fortemente dell’influsso di Gaetano Previati.

Nel 1910 firma il Manifesto dei pittori futuristi assieme a Filippo Tommaso Marinetti, Balla, Carlo Carrà, Luigi Russolo e Severini. Da questo momento la sua pennellata si allontana da quella divisionista, i soggetti cambiano e lo stile muta in direzione futurista.

Il trittico “Stati d’animo”

Il trittico “Stati d’animo”

Compone per ben due volte il trittico “Stati d’animo” che mostrano quanto velocemente stesse cambiando lo stile del pittore, quasi ad imitare la velocità delle macchine che lui e i compagni futuristi ammiravano tanto. Una tappa fondamentale per questo cambiamento repentino è il viaggio che Boccioni compie a Parigi alla fine del 1911, dopo aver dipinto la prima versione del trittico degli Stati d’animo. A Parigi vede Picasso e assorbe la lezione cubista, che riproporrà nella seconda versione del suo trittico.

La scelta di utilizzare un trittico piuttosto che una singola tela permette all’artista di mostrare più momenti contemporaneamente, di concatenarli in un’unica esposizione in cui le vicende e le emozioni si sovrappongono.

Tela tratta dalla serie “Adii”

Boccioni e l’ossessione per la stazione ferroviaria

Come soggetto, Boccioni ne sceglie uno tipico della lezione futurista: la stazione ferroviaria. L’ambiente è perfetto in quanto esempio cardine del ruolo che le macchine e il progresso hanno nella vita dell’uomo. Oltre a questo motivo, l’artista lo sceglie anche perché è uno dei luoghi dove è più facile lasciarsi andare alle emozioni, ed è facile osservarle negli altri. Boccioni era infatti interessato nel realizzare una pittura di stati d’animo. Intendeva realizzare delle tele che fossero delle trascrizioni fedeli sotto forma di linee e colori delle emozioni che si provano in determinate situazioni. Gli Stati d’animo muovono da una riflessione precedente, sviluppandola rappresentando tre momenti legati.


Prima di tutto il momento del saluto, dell’arrivederci, di due persone che sono ancora insieme, ma di lì a poco non lo saranno più (Gli addii). La seconda tela si concentra sulla difficoltà di lasciare il luogo amato, forse la propria casa (Quelli che vanno), e l’ultima osserva chi non parte e deve fare i conti con il saluto (Quelli che restano). Il primo trittico è ancora insicuro nella resa, soggetti sono poco definiti e la composizione è tutta basata sull’espressione data da linee e colori.

Ritornare sullo stesso tema e sugli stessi soggetti seguendo la stessa impostazione di pochi mesi prima avrebbe potuto essere un rischio, ma Boccioni era chiaramente consapevole della forte modifica che il proprio linguaggio aveva subìto, ed è riuscito a creare delle tele con i medesimi soggetti, ma completamente differenti dalle precedenti. Negli esempi citati vediamo due autori diversi appartenenti a movimenti artistici differenti ma che elaborano lo stesso soggetto da diverse angolazioni, dando di volta in volta un’ interpretazione originale, rendendo quei soggetti profondamente indagati


Articolo di Antonella Graziano

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