Ritratto: storia ed evoluzione

Dall’Antica Roma ad oggi il ritratto è il genere più diffuso nella Storia dell’Arte. Si dice che “Gli occhi sono lo specchio dell’anima”, ed è proprio nei ritratti che l’artista riesce a far emergere l’anima del soggetto, immortalando per sempre luci ed ombre dei suoi modelli.

Il ritratto nell’Arte Romana

In epoca romana il ritratto era prevalentemente utilizzato per raffigurare nobili, ma soprattutto membri della famiglia imperiale ed esponenti dell’Impero.

Uno dei modi per diffondere il volto dell’Imperatore era quello di riprodurlo attraverso statue, busti ed effigi sulle monete. L’Impero Romano era talmente esteso che sarebbe stato difficile far conoscere a tutto il popolo il volto dell’Imperatore. Quindi fu proprio grazie alla diffusione dei ritratti di chi governava Roma, che chiunque poteva venirne a conoscenza.

In questo periodo il ritratto assume più un significato politico che un gusto puramente artistico. Sia sulle monete che nella statuaria la fisionomia era rappresentata in modo molto minuzioso senza tralasciare l’espressività del volto. Anche le rughe erano viste come un valore positivo in quanto simboleggiavano autorevolezza e forti valori morali.

Se analizziamo la raffigurazione di Vespasiano notiamo proprio questo: il volto non è raffinato, ma lo possiamo definire quasi “grezzo”. In lui, infatti, si ritrovano i due tratti che lo rispecchiano pienamente: il contadino e il militare romano.

Non dobbiamo pensare che la ritrattistica sia prerogativa esclusiva degli Imperatori, anche le famiglie nobili potevano esporre nell’atrio della propria abitazione i ritratti degli antenati.

Ma perché nell’atrio? Quando un ospite andava in visita si accoglieva, come oggi, proprio in questo spazio, perciò l’ospite aveva subito la consapevolezza dello stato sociale dei padroni di casa.

Il ritratto nel Rinascimento

Durante il Medioevo il ritratto perde di importanza per poi essere riscoperto lentamente. Tra i primi c’è da citare è la scultura di Carlo I D’Angiò scolpita da Arnolfo di Cambio nel 1277.

Fino a questo momento i pochi ritratti eseguiti erano tipologici, cioè non presentavano somiglianze con il soggetto individuale, ma ne contenevano elementi per facilitarne l’identificazione. A partire dalla scultura di Arnolfo di Cambio, i ritratti iniziano a diventare verosimili come si può notare nella raffigurazione di Carlo I dove sono ben evidenti anche le rughe del viso.

Con l’avvento del Rinascimento le cose cambiano notevolmente e questo genere inizia largamente a diffondersi, trovando ampio successo. I primi ritratti si presentano ancora abbastanza classici, preferendo una rappresentazione di profilo che richiama le monete romane.

Se pensiamo al ritratto del Duca di Montefeltro eseguito da Piero Della Francesca, notiamo subito come il suo volto presenti tratti irregolari, decisamente non belli. In questo caso la scelta di rappresentare il duca di profilo non è casuale, infatti perse un occhio durante una battaglia che gli causò non solo la perdita della vista in un occhio ma anche la rottura del naso.

I pittori fiamminghi invece preferirono abbandonare la rappresentazione di profilo, prediligendo pose di tre quarti rendendo molto più dettagliati i volti dei committenti. Questo modo di ritrarre le figure ispirò il giovane Antonello da Messina, che nel Ritratto d’ignoto marinaio dipinge un sorriso quasi sarcastico.

Il Cinquecento e la simbologia

A partire dal Cinquecento furono moltissimi gli artisti che si cimentarono in questo genere pittorico, basti pensare all’enigmatico dipinto della Gioconda eseguito da Leonardo Da Vinci. Il suo sorriso è il più famoso al mondo.

I ritratti rinascimentali non ci danno solo indicazioni sulla personalità del soggetto dipinto, ma anche sul suo ceto sociale grazie alla presenza di oggetti che ne rappresentavano la ricchezza e il prestigio. Inoltre, sono spesso presenti piccoli elementi simbolici e idealizzati.

Pensando a questi ultimi, particolarmente significativo è il ritratto di Maddalena Strozzi eseguito da Raffaello.

Maddalena indossa un pendente in oro a forma di unicorno arricchito da un rubino, uno smeraldo, uno zaffiro e una perla, elementi che richiamano alla fedeltà coniugale.

Il ritratto nell’Arte Contemporanea

Amedeo Modigliani è sicuramente l’artista del Novecento più famoso per quanto riguarda questo genere pittorico creando uno stile davvero unico. Il collo lungo dei suoi modelli è il tratto distintivo di tutta la sua arte. Egli si ispirò alle maschere africane che presentano volti schiacciati, occhi vuoti, nasi stilizzati e collo lungo.

Le sue donne diventano quindi sinuose, tendenti a raggiungere mete quasi spirituali, distaccandosi notevolmente dalle rappresentazioni fino ad allora realizzate. Il collo lungo diventa un’allegoria della perfezione stilistica.

Nel corso del tempo però questo genere ha subito grandi cambiamenti passando da un tipo di raffigurazione più tradizionale fino a diventare astratta. Ne è un esempio Senecio eseguito da Paul Klee nel 1922.

Si presume sia il ritratto dell’artista stesso. Anche in questo caso sono presenti richiami alla cultura africana, in modo particolare alle maschere. Il volto è eseguito attraverso delle forme geometriche come possiamo notare dagli occhi ovali, due quadrati sovrapposti invece rappresentano il naso.

Anche nell’Arte Informale si ritrova questo genere pittorico. Degno di nota di questa corrente artistica è l’artista francese Jean Dubuffet che adotta uno stile che ricorda il disegno infantile. Egli era particolarmente attratto dall’arte dei malati di mente e dei bambini.

Nel Ritratto del soldato Lucien Geominnee, eseguito nel 1950, Dubuffet ritrae il soldato in maniera mostruosa, quasi grottesca. Il volto pallido e le spesse pennellate si allontano dal mito del soldato-eroe sottolineando le atrocità della guerra.

Fotografia

Nel corso della seconda metà del Novecento alcuni artisti hanno deciso di dedicarsi alla fotografia dando voce a provocazioni e criticando la società contemporanea.

La giovanissima fotografa statunitense Francesca Woodman, morta suicida nel 1981 all’età di 22 anni, ritrae sé stessa spesso in movimento creando un senso di angoscia e tormento sottolineando che il suo corpo è “vivo e libero”. Quello su cui vuole porre l’attenzione è una denuncia dell’ambiente maschilista nel quale era cresciuta.

Forse si tende a pensare che con l’avvento della fotografia il ritratto “su cavalletto” sia andato in declino, ma in realtà ancora oggi è un genere ampiamente ricercato e in continua evoluzione.

Il giovane artista turco Yiğit Dündar ci porta in una dimensione totalmente nuova. Sebbene i suoi ritratti siano eseguiti con tecnica olio su tela, tutte le sue opere sembrano delle vere e proprie fotografie.

Nel 2021 ha realizzato Masterpiece of the soul. Il volto sembra quasi vero, tanto da farci dubitare si tratti di un dipinto, grazie ai colori forti e brillanti che ci trasmettono un senso di turbamento.

Articolo di Elena Bruno

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