Psicopittura: ovvero la Neo narrative Art di Marco Giovanni Gianolio

Testo a cura del Critico d’Arte Andrea Domenico Taricco

Per psicopittura intendo la capacità artistica di evasione dal contingente estraendo da esso quei frammenti dotati di senso che inseriti in un contesto logico differente da quello di provenienza assumeranno nuova significazione: in questo prende forma la neo narrazione quale sintesi di un nuovo linguaggio. Più che di psicologia trattiamo di metapsicologia di cui il narrativismo pittorico ne rappresenta lo strumento ideale. Quando si affronta il discorso psicologico all’arte è naturale rinviarlo agli aspetti più intimi del pensiero in cui trovano posto le emozioni, la sfera dei ricordi e delle esperienze personali. Già Freud così come Jung nel secolo scorso hanno trovato spunti attraverso la sfera sessuale o degli archetipi dell’individuo portando in superficie ciò che è rimosso. Aspetti che hanno influenzato André Breton di quel manifesto del Surrealismo del 1924 in cui l’arte esprimeva la ricerca di esperienze oniriche a metà strada tra il sogno e l’automatismo spontaneo ai limiti della sperimentazione: eppure esiste un genere di pittura che rievoca il non detto, attimi esistenziali desunti dal contingente per confluirli in qualcosa di nuovo. In altre parole il derivato ideale di quella realtà da cui proviene viene descritto mediante una tecnica pittorica che lo antichizza, lo fissa, lo congela mediante un processo narrativo. Tale processo esecutivo non si concentra sulla descrizione fine a sé stessa ma sull’impalcatura di una nuova grammatica connettiva finalizzata alla ricezione dello spettatore. Questo è il fulcro della pittura di Marco Giovanni Gianolio. E’ da oltre un decennio che lo conosco, esattamente dai tempi del Salotto dell’arte di Torino quando lo contattai per una collettiva in cui realizzavo la Post Avanguardia Italiana in cui avevo suddiviso le cinque correnti pittoriche della prima ​maniera dell’Individualesimo: i Primitivisti, i Neo Pop, la Digital Art, i Pop Surrealist e gli Ultraveristi di cui Gianolio rientrava pienamente per la sua dimensione calda, emotiva e carica di memoria.

Così lo inserii nello spazio espositivo Rinascenza Contemporanea della città dannunziana nel movimento dei Virtualisti i quali trascendevano la realtà soggettiva in nome di qualcosa di più profondo e radicale che descrivesse un’atmosfera sospesa, un sentimento represso acuito dalla perizia esecutiva di un dettaglio, di un particolare generalmente trascurato o relativizzato da una società non attenta alle sfumature perché impegnata alla produzione e dal bombardamento mediatico. La Rinascenza da dove proveniva? Dal desiderio di spingere il pensiero artistico nuovamente al lirismo creativo dei suoi artefici. Ora c’è da dire che dagli albori dell’era spaziale per tutto il corso degli anni ’60 e ’70 nel pieno della prima guerra fredda in USA l’Espressionismo Astratto, il Color Fields così come l’Action Painting erano in contrasto alle spinte anti artistiche europee dell’Informale mosse invece dalla sperimentazione e dal desiderio di uscire dal rigorismo dogmatico del secolo precedente. Certo si usciva all’incubo bellico e l’arte aveva lo scopo di rompere con il passato: paradossi estetici che influenzarono i caldi anni ’80 soprattutto in un’Europa ancora divisa dal muro in cui i pittori erano sorpassati se legati alla pittura tout court ; eppure la narrazione costituiva una necessità prioritaria. Il contesto tedesco si differenziava dagli altri eppure l’idea di andare verso il futuro rappresentava una via d’uscita dall’orrore di un presente incombente. Connotati che sfociarono nella società telematica degli anni ’90, in cui cadevano i muri, le barriere ideologiche in una sorta di appiattimento ideologico fondato sui principi di globalità.

E’ in questa fase contorta che sono stati fondati i presupposti della nostra contemporaneità, di quella generazione X che ha accettato la narrazione di propaganda in cui i valori di uguaglianza, di mobilità sociale, di pace sono poi naufragati nella realtà. Questa generazione fantasma figlia del progresso scientifico a cavallo tra un secolo e l’altro è stata imbrigliata e imbavagliata dalle false credenze e la pittura ha dato uno smacco al passato così come alla speranza di un futuro migliore fissandosi sul presente, sulla moda, sul pop, sulla crescita individuale. Queste le premesse per giungere alla neo narrazione di Gianolio. Figlio della mia generazione è un individuo riflessivo che ha scoperto il mondo a proprie spese: dopo una mia intervista su Il Periodico d’Arte ho avuto modo di conoscere la persona dietro l’artista ed ho inteso le esperienze che hanno formato il suo carattere attraversando periodi bui e di ricerca interiore. Eppure tutto ciò non lo ha mai scoraggiato sino al suo approdo all’arte ed alla creazione del suo stile denominato Black&WhiteArt spaziando dalla china iniziale sino alla tecnica ad olio su tavola assistiamo al racconto di personaggi, di nature morte o dettagli estratti dal quotidiano ed inseriti in un contesto più intimo. Questa dicotomia del bianco e del nero e di particolari rievocano il presente facendolo risucchiare da un senso temporale di vissuto, antico spingendo l’osservatore a ritrovare il fascino per la fotografia oppure verso qualcosa che sia stato fissato ma che inesorabilmente rimosso. A metà strada tra l’immediatezza del fotogiornalismo descrittivo e l’estrapolazione dell’attimo attinto dal fotogramma cinematografico separa il divenire in frammenti estatici di un discorso più ampio servendosi del simbolo. In questo modo dà senso al valore narrativo a metà strada tra l’emotività e la via mnemonica: torniamo così ai concetti precedenti che descrivevano l’era di Internet in cui la società distratta vuole tutto e subito rimanendo comodamente seduta in poltrona, in cui l’automazione ha preso il posto del lavoro, in cui si fa la pace con la guerra e dove i rapporti sociali sono controllati dall’abuso telematico. Il primo trentennio della Rinascenza partito dallo sbarco dell’uomo sulla Luna sino al crollo delle Torri Gemelle ha definito un cambio di paradigma allontanando sempre più le masse dal senso critico, dai sentimenti, dal qui ed ora sino agli scenari attuali dell’ultimo ventennio in cui è stato avviato un processo dissolutivo graduale denominato Deglobalizzazione: dapprima il Covid-19 poi la seconda Guerra Fredda hanno dato il colpo definitivo frenando quella moda ottimistica che rasserenava gli animi. L’era digitale è dominata dall’allarmismo sanitario, dal richiamo alla guerra e dalle spinte ideologiche del cambiamento climatico: è qui che artisticamente le spinte dell’Individualesimo, dello Smaterialismo così come del Mutazionismo hanno trovato compimento traslando la narrazione dall’emotività al mnemonico sino al ritrovato desiderio di evadere nell’altrove. Ed ecco come siamo tornati al punto di partenza ovvero al quel sorpassato contrasto tra le spinte extraartistiche vecchie di cinquant’anni che rinnegavano tutto ciò che rinviava direttamente alle tecniche artistiche tradizionali in nome del valore intrinseco delle idee.

Pensiamo alla Minimal Art, all’Arte Concettuale, alla Land Art sino all’Arte Povera od alla Body Art con la differenza che nell’oscurantismo post-rinascente in corso la narrazione così come l’anti-narrazione non siano altro che le due facce della stessa medaglia governate dal mercato imperante. In questo senso l’artista deve mostrare la propria intellettualità servendosi del proprio nozionismo creativo eclissando nel revisionismo, nell’eclettismo becero ed in un passatismo al limite del parossismo destrutturante. In questo senso l’opera diviene prodotto alla stregua del like digitale in cui conta solo avere visibilità, vendere come merce, diventare famosi prendendo spunto dalle star massificate. La moda è il metro di questo regresso antiestetico attuato dall’iper-informazione telematica in cui stanno prendendo forma realtà parallele o meta-realtà virtuali in cui è l’intelligenza artificiale a fare da padrona: avremo algoritmi capaci di dipingere ed altri capaci di analizzare e vendere da un capo all’altro del globo prodotti inconsistenti, raggiunti dal mero calcolo o dal para-ragionamento che in questo ultimo decennio ha assorbito dati sensibili osservando le nostre reazioni ed il nostro comportamento. L’intelligenza artificiale rappresenta l’ultima frontiera di questo percorso. Può una macchina generare emozioni? Sicuramente ma si tratta di emozioni vuote perché non condivise da uno stato profondo. Ad oggi una macchina non ha coscienza ma una consapevolezza vuota, insensibile, priva di anima. La realtà virtuale in cui siamo caduti genererà esseri incoscienti, privi di memoria e di interiorità psichica precipitando in un processo graduale di de-umanizzazione. In questo senso prende forza la Psicopittura di Marco Gioavnni Gianolio. Con lui la pittura ritorna ad essere pittura: torniamo cioè all’idea del vecchio pittore ante litteram che si chiude nel suo studio con i colori ed i pennelli, con il supporto e con idee di frammenti di realtà che ha vissuto nella sua esperienza privata determinandogli sensazioni, emozioni contrastanti sino a scindersi nella mente e traslarsi in flusso creativo.. Il precisionismo esecutivo di dettagli, la perizia con la quale torna sui frammenti di qualcosa apparentemente trascurabile eppure decisivo. Pensiamo all’olio su tavola intitolato Il pittore un 70×50 che descrive a mo’ di manifesto quelle che dovrebbero essere le caratteristiche di un artista in generale: la mano posta in alto a sinistra ad esempio simboleggia la propria creatività, il gatto esprime invece il senso della curiosità con la quale si guarda attorno così come il vino che rievoca il fatto di migliorare nel tempo. Tutti indicatori visivi che spingono ad un concetto profondo nel quale l’artista trova espressione della propria idea. Gli stessi indicatori organizzati causalmente ai fini della composizione Gianolio li seleziona accuratamente e li dispone in una sequenza logica, definita, razionale. Questo è il processo sintattico della neo narrazione che estrapola frammenti dalla realtà e li coniuga in una composizione simbolica che stravolge il significato di provenienza. Nulla è a caso e tutto seguita un accostamento che indurrà lo spettatore ad un grado di visualizzazione veicolata psichicamente. Assistiamo così ad un altro dipinto intitolato Drink sempre ad olio su tavola in cui narra di un istante della sua vita in cui assiste ad un flirt tra un uomo ed una donna in un locale: l’uomo fissa la donna e dopo una serie di sguardi lei si accorge di questo corteggiamento mentre il barista prepara il drink per i due sconosciuti. L’attimo espresso non coglie il momento del flirt ma quello in cui il barman poggia il collo della bottiglia su uno dei due bicchieri pieni di ghiaccio versando l’elisir che trasformerà il senso della serata di questi due personaggi messi fuori campo. Torna utile l’analisi simbolica che esprime proprio il senso descrittivo del fotogramma attraverso la realizzazione dei due bicchieri ancora da riempire. Sono due individui anonimi, freddi, impersonali nei quali potremmo tranquillamente identificarci eppure non li vediamo seppur divengono i protagonisti indiscussi del quadro. Questo processo descrittivo ossessivamente attento ai dettagli pone nel romanticismo ideale del bianco e del nero le sfumature di una realtà congelata in cui tutto ciò che sembra a prima vista sfugge dal controllo della mente: l’osservatore si trova innanzi ad un’opera apparentemente definita ma che rinvia ad altro, a qualcosa di più sottile, non immediatamente percepibile. Questo scarto genera distacco e nello stesso tempo suscita attrazione, curiosità, fissità critica. Il paradosso, la mistica simbolica della rottura sono sconcertanti per una società indeterminata e frettolosa. I due esempi definiscono il senso ultimo della neo narrazione eleggendola a strumento per eccellenza per una forma innovativa di distacco critico in cui lo spettatore partecipa attivamente all’opera dandone senso. Un interscambio che non cerca eccezionalismo o rottura, non tenta la via dello stupore o della complessità. Gianolio torna appunto a dipingere e negli ultimi tempi ha affrontato nuove sperimentazioni approdando alla serie Bubbles in cui l’informale gli dà la possibilità di utilizzare i colori, la direzionalità e il desiderio di generare nuove dimensioni creative . La neo narrazione di Gianolio è lo strumento tecnico per giungere a questa forma di psicopittura dove la realtà viene così destrutturata perché è da essa che l’artista trae attimi significativi dai quali il linguaggio pittorico diviene espressione pura per veicolare il rapporto con il pubblico, destinatario definitivo di questo processo creativo.

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