Egon Schiele – Pittura, scandali, perturbante erotismo

Egon Schiele (1890-1918) pur essendo uno dei protagonisti dell’Espressionismo austriaco, sviluppa una poetica molto personale, esprimendo in immagini il suo mondo interiore e la sua angoscia di fronte alla fragilità dell’esistenza. Nonostante la sua breve vita, stroncata dall’epidemia dell’influenza spagnola, ha conosciuto non solo il successo, ma anche lo scandalo, la censura e le aspre critiche della società, per il contenuto esplicitamente erotico di molte sue opere.

Autoritratto, 1910

L’espressione di un “io” tormentato

Schiele parte dal simbolismo secessionista e dal decorativismo di Gustave Klimt, il maestro a cui è stato molto legato durante la sua vita, ma dai cui modi sottili e sognanti si allontana precocemente. L’artista, infatti, sviluppa uno stile personale in cui protagonista non è la violenza cromatica tipica dell’Espressionismo tedesco, ma la dolente eleganza di un segno grafico forte, deformante e visionario. La linea, infatti, diventa il mezzo più efficace attraverso il quale esprimere e sublimare non solo il suo “io” tormentato, ma anche temi drammatici quali la morte, la forza distruttiva dell’eros, l’angoscia esistenziale e una visione oscura del mondo. Per i temi affrontati e la crudezza con cui ha rappresentato la realtà umana e gli aspetti più dolorosi della vita, Schiele è un artista controverso, ma anche molto attuale. Attraverso le sue opere ha scritto una delle pagine più intense e coinvolgenti della storia dell’arte contemporanea.

La madre e lo specchio deformante

La figura umana è protagonista indiscussa dell’opera di Egon Schiele. L’artista era ossessionato innanzitutto dal suo corpo e dal suo volto, per questo motivo non poteva passare davanti ad uno specchio senza soffermarsi a scrutare la sua immagine. Tuttavia, è evidente che Schiele, avendo avuto un’infanzia difficile segnata da lutti familiari e da un complicato rapporto con la madre, ebbe grandi difficoltà a rappresentare l’immagine del proprio corpo. Nei suoi autoritratti, infatti, si presenta spesso nudo, magro, vulnerabile, con tratti deformati e colori cupi che esprimono il suo disagio esistenziale e la difficoltà a costruire la sua identità.

Lo specchio intero, da cui trasse i suoi numerosi autoritratti e che portava con sé dovunque andasse, in origine apparteneva a sua madre. Infatti la sua relazione con questo specchio sembra davvero aver preso il posto della sua relazione con la madre, così da diventare ironicamente la più intima e forse la più importante relazione della sua vita.

D. Knafo, 1991

Schiele, quindi, trasformando la tela in uno specchio sembra voler compensare delle mancanze di carattere narcisistico. Egli tenta disperatamente di ottenere attraverso l’autoritratto ciò che non ricevette dagli occhi della madre, quelle conferme che lo avrebbero aiutato a delineare la sua identità. Questo conflitto con la figura materna, che lui arriva a percepire come psichicamente morta, è magistralmente rappresentato in Madre morta del 1910. In esso l’artista si raffigura nel ventre materno in quel modo frammentato, innaturale e sgraziato con il quale probabilmente si vedeva riflesso negli occhi di sua madre.

Madre morta, 1910

Schiele e l’altro da sè: Doppio autoritratto

Schiele è autore di una ritrattistica moderna che esprime quei temi che negli stessi anni Sigmund Freud stava teorizzando in chiave psicoanalitica, in particolare il tema doppio legato ai conflitti interiori. Come è noto, il motivo del doppio è all’origine della nascita dell’Io. Infatti, secondo Lacan, il bambino impara a riconoscere se stesso identificandosi con la sua immagine riflessa nello specchio. Per Schiele, quindi, l’autoritratto si configura come uno strumento di autoanalisi, di indagine interiore e di incontro con l’altro da sé, quella presenza estranea e scomoda con cui si trovava a convivere. Questa scissione dell’Io è evidente in opere come Doppio autoritratto del 1915, in cui Schiele si rappresenta affiancato dal proprio alter ego. Due personalità diverse e contrastanti, metafora di un’anima scissa, frammentata e afflitta da un profondo malessere interiore. Le due figure sono delineate con tratti essenziali e decisi su uno sfondo privo di un contesto narrativo, ma ricco di inquietudini, dubbi e sentimenti forti e contraddittori, che il colore rosso-arancio esprime simbolicamente

Un male di vivere universale

Nonostante il carattere introspettivo e autobiografico della sua opera, Schiele cerca sempre una relazione con l’osservatore a cui si rivolge con uno sguardo intenso e penetrante. Schiele desidera condividere con il pubblico il suo personale disagio esistenziale, che racconta attraverso il suo corpo per visualizzare il male di vivere che affliggeva la società del suo tempo, in particolare le giovani generazioni. Per questo la mancanza totale di un contesto di riferimento rende le figure disarticolate e deformate di Schiele il simbolo di una comune condizione di sofferenza umana e sociale.

Doppio autoritratto, 1915

Il corpo femminile: lo scandalo e la censura

Oltre all’ossessione per il suo corpo, Schiele era molto attratto anche dai corpi femminili, in particolare da quelli di giovani modelle che si trovavano in quella fase della vita, l’adolescenza, che segna un momento di transizione dall’età infantile a quella adulta. Questa sua passione fu causa di scandali e di grossi problemi per Schiele che, nel 1912, fu arrestato con l’accusa di aver rapito, sedotto e abusato di una minorenne. Nonostante questa accusa si rivelò falsa, l’artista trascorse ventiquattro giorni in carcere per aver esposto in luoghi pubblici alcune sue opere considerate pornografiche per la sessualità esplicita in esse rappresentata. Inoltre, un suo dipinto fu addirittura bruciato in pubblico per ordine della magistratura.

Le donne di Schiele: emozione, provocazione e verità

Schiele dipinge i corpi delle donne nello stesso modo schietto e “crudele” con cui ritrae se stesso nei suoi autoritratti. Il corpo femminile che agita le pulsioni più intime dell’artista è ben lontano da canoni e codici estetici dominanti. Schiele non si abbandona a visioni idealizzate del femminile, ma ritrae donne “vere” che esprimono attraverso i loro corpi emozioni, energia e sessualità. Le protagoniste dei suoi dipinti, come vediamo ad esempio in Donna nuda seduta del 1910, sono figure anticonvenzionali, dai lineamenti spigolosi, dalla personalità forte e dai corpi androgini che provocano un sentimento di disagio e spaesamento nell’osservatore. Chi osserva è costretto a decostruire le proprie convinzioni e a vivere un’esperienza quasi surreale, perché attratto e respinto al tempo stesso dalla sottile e malinconica carica erotica che queste donne sprigionano. Schiele, quindi, non cerca di compiacere lo sguardo maschile, ma indaga la psiche femminile restituendo un ritratto di donna moderna, fiera e consapevole del proprio ruolo nella vita e nella società.

Donna nuda seduta, 1910

Lo struggente abbraccio tra Eros e Thanatos

Con i suoi nudi provocatori e perturbanti Schiele rappresenta in molte sue opere, tra cui Lovemaking, Lovers o Coppia seduta, il desiderio sessuale come pulsione di vita e di morte al tempo stesso. Ma la riproposizione del dualismo tra Eros e Thanatos, che pervade l’intera opera di Schiele, raggiunge un’intensità struggente e drammatica nella grande tela dal titolo La morte e la fanciulla realizzata nel 1915, anno della separazione dalla sua musa-amante Wally Neuzil. Il dipinto, infatti, raffigura una giovane donna che stringe la figura scheletrica in un abbraccio mortale, in cui non vi è traccia di passione amorosa, ma solo una profonda angoscia accentuata dalle forme aride, i segni nervosi e i colori cupi e privi di intensità. Le due figure, nonostante l’abbraccio, risultano isolate, distanti, affette da un’incapacità di comunicare che diventa metafora della solitudine e dell’angoscia di un’epoca, quella moderna, in profonda crisi. Schiele, nonostante l’espressività violenta e cruda che caratterizza il suo tratto, non rinuncia mai alla raffinatezza grafica che assorbe da Klimt, ma la carica di una tensione emotiva straordinaria, che scuote l’anima di chi è chiamato, anche solo per un attimo, ad abitare l’universo poetico di questo artista commovente e visionario.

La morte e la fanciulla, 1915

Wally Neuzil: passione, angoscia, malinconia

Le modelle preferite dall’artista erano donne a cui era legato personalmente. Nei primi anni della sua attività fu la sorella Gertrude a fargli da modella per i suoi primi nudi, fatto che destò un certo scandalo all’epoca. In seguito, musa e protagonista dei suoi dipinti più erotici fu la sua amante Wally Neuzil, con la quale visse una passione clandestina e travolgente. Fu Klimt a presentare la giovane Wally a Schiele che in lei riconobbe il suo doppio, scorgendo negli occhi della ragazza la sua stessa angoscia esistenziale. La bella donna dai capelli rossi e ricci e lo sguardo profondo e malinconico, protagonista di numerosi ritratti di Schiele, fu fonte di ispirazione inesauribile per l’artista, che continuò a ritrarla anche dopo la separazione, avvenuta nel 1915. Infatti, è Wally la protagonista di Donna seduta con un ginocchio piegato del 1917, uno dei ritratti più coinvolgenti di Schiele, in cui la donna appare affranta a causa della separazione, ma comunque risoluta. Con la sua figura disarticolata, un po’ contorta, con lo sguardo malinconico, ma sempre sottilmente erotica, isolata su un fondo neutro presenta tutti gli elementi che contraddistinguono i dipinti di Schiele, che trasforma il corpo nel linguaggio dell’anima. Il corpo, infatti, è lo strumento per esprimere passioni travolgenti, ma anche la malinconia e l’angoscia che pervadono l’animo umano di fronte al nulla dell’esistenza e alla caducità delle cose. Per questo motivo non è possibile confinare l’opera di Egon Schiele all’interno di un erotismo morboso o aggressivo, perché essa è lo specchio di un mondo in cui, come lo stesso artista affermava, “tutto è morto” e,  allo stesso tempo, presagio di catastrofi incombenti.

Donna seduta con ginocchio piegato, 1917

Articolo di Alessandra Olivares

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