Le performance art più assurde di sempre

Le performance art più assurde

Le performance art più assurde: Gli embrioni di una nuova espressione artistica iniziano in Europa già intorno agli anni ‘20 dello scorso secolo, frutto delle sperimentazioni del Futurismo, del Costruttivismo, del Dada, della Bauhaus e poi del Surrealismo. Ma saranno i movimenti studenteschi del 1968 e con poi gli anni ’70 che porteranno al definitivo riconoscimento delle “performances” all’interno della storia dell’arte.

Gli esponenti di questa corrente si presentano come artisti raggruppati ma non ingabbiati in un movimento eterogeneo chiamato Fluxus, concepito già negli anni ‘60 anche come un nuovo atteggiamento di vita.

L’obiettivo principale è quello di abolire, per quanto possibile, i confini fra le varie discipline artistiche, fra artista e pubblico, fra arte e vita. Il corpo e la presenza dell’artista, in simultanea con l’audience, assumono un ruolo centrale per la performance. Alcuni artisti si dedicano completamente a queste rappresentazioni dove il corpo è esplorato con lo spazio, con la storia e con se stesso.

Con il pubblico, a volte spettatore ma più spesso coinvolto, c’è la volontà dell’artista “performer” di creare esperienze uniche e molto spesso scioccanti.

I maggiori artisti di questa arte alquanto bizzarra rispondono ai nomi di Yoko Ono, Yayoi Kusama, Hermann Nitsch, Marina Abramovic, Alan Kaprow, Joseph Beuys, Ulay, l’italo americano Vito Acconci e tanti altri ancora. 

Opera creata interamente con le lacrime dell’occhio

Leandro Granato

È un’arte che fa piangere o è il piangere che fa l’arte?

Le performance art più assurde: Un giovane artista argentino di 27 anni, che potremmo inserire in quella corrente, è Leonado Granato, l’inventore della tecnica dell’EYE PAINTING. Questa nuova tecnica consiste nel dipingere una tela con le lacrime. L’artista inala via naso i colori e li espelle dalle ghiandole lacrimali di uno dei due occhi sotto forma di gocce o spruzzi. Per essere certi che le sue opere siano prodotte seguendo proprio questa particolare tecnica, vengono filmate dall’inizio alla fine. Dietro a questa tecnica vi sono numerosi anni di studio per riuscire a trovare la formula giusta per evitare problemi agli occhi. Questo modo di dipingere nasce nell’adolescenza quando il nonno, proprietario dell’azienda in cui lavorava, muore. In quel momento, il giovane Leandro, per sfogare la sua rabbia, mette a punto questa tecnica.

I tempi di realizzazione delle sue opere vanno da 10 minuti a un mese e il prezzo può superare $ 2.500

Le performance art più assurde
Marina Abramovic e Ulay 

Marina Abramovic

Uniti per i capelli

Le performance art più assurde: La coppia più famosa all’interno della performance art è certamente quella formata da Marina Abramovic e Ulay, una contrazione del vero nome di Frank Uwe Laysiepen: una coppia nella vita e nell’arte.

Entrambi sono nati il 30 novembre, ma in anni diversi: lui nel 1943, di origine tedesca e figlio di un gerarca nazista mentre lei nel 1946, di Belgrado e con genitori partigiani.

I due si incontrano per la prima volta nella metà degli anni ’70 ad Amsterdam dove Marina si trovava per le sue prime performances. Lui, Ulay, non aveva alle spalle una formazione artistica nel vero senso della parola ma era un appassionato di fotografia con un grande gusto estetico.

Da allora, è nata una “coppia” non tradizionale e con una storia molto complessa. Un’unione che è durata per tutta la vita di Marina, oggi ormai ricca e famosa, e di Ulay che ci ha lasciato nel 2020.

Tra le tante performance, ricordiamo, una serie di lavori che prendono il nome di “Relations Works”. Sono delle esibizioni che hanno come scopo quello di esplorare i limiti della resistenza umana e della relazione uomo-donna su un duplice canale: fisico e psichico.

Molto curiosa è la performance “Relation in time”, realizzata nel 1977 a Bologna presso la Galleria Studio G7. Partendo dalle pratiche di meditazioni asiatiche, molto care ai due artisti, si siedono schiena contro schiena e, unendo saldamente i loro capelli, rimangono in tale posizione per sedici lunghe ore. Solo durante l’ultima ora di esibizione, è concesso al pubblico partecipare. In quel momento entrambi, affiatati nella vita e nell’arte, cominciano a dare segni di cedimento fisico colti dalla naturale stanchezza.

La performance aveva come scopo quello di far riflettere il pubblico sul legame d’amore che, a volte, pur essendo molto forte, non è in grado di sviluppare una reale comunicazione. 

Le performance art più assurde
Joseph Beuys e il coyote

 Joseph Beyus

Mission impossible?

Joseph Beyus è un artista del Novecento che, attraverso le sue esibizioni, ha obbligato lo spettatore a riflettere sulla relazione tra l’uomo e il mondo circostante.

Nato in Germania nel 1921 è l’artista che maggiormente ha rappresentato la volontà di “essere nel mondo” attraverso azioni sciamaniche e lezioni ispirate, nella convinzione di poter praticare un’arte di massa.

Joseph Beuys è la figura che meglio rappresenta, con la sua vita e la sua opera, la forza dell’arte contemporanea. Lui stesso si mette in gioco, entra all’interno dell’opera d’arte trascinando dentro, con una forza centrifuga, anche lo spettatore che guarda con occhi meravigliati.

Dei numerosissimi suoi lavori e performance art, “I like America and America likes me” è quella più famosa. Datata maggio 1974, si svolge alla Galleria René Block di New York dove, per alcuni giorni, ha vissuto a stretto contatto con un coyote.

Beyus giunge sul luogo della performance a bordo di un’ambulanza, avvolto in una coperta per evitare di vedere la terra statunitense. Questo suo gesto è già un’espressione di protesta contro gli USA per la guerra nel Vietnam.

Lo scopo dell’azione performativa è quella di denunciare il capitalismo e la società americana attraverso la figura del coyote: un animale sacro per i nativi del luogo perché rappresenta il simbolo delle origini americane.

Le performance art più assurde: Riuscire a costruire un rapporto con l’animale usando il linguaggio universale della pace e della solidarietà è l’obiettivo di Beyus. Joseph ha a disposizione, nella stanza, un po’ di fieno, una torcia, il suo bastone sciamanico, la coperta di feltro e delle copie del Wall Strett Journal sulle quali l’animale urinerà.

Nella performance, è interessante notare l’approccio di Beyus nei confronti dell’animale: prima si fissano negli occhi e l’animale sembra prendere le distanze dall’uomo. Poi si avvicina mordendo sia la coperta che il bastone ma non Joseph…. si osservano e  gradualmente si instaura un rapporto di “complicità”: è Beyus stesso che si prende cura di nutrire l’animale dandogli acqua e cibo.

Questa relazione sfocia addirittura nel condividere anche il momento del sonno per rappresentare come natività e civiltà possono intrecciarsi e adattarsi l’un con l’altro. L’intera performance è stata filmata su una pellicola in bianco e nero. 

Le performance art più assurde
Bed-in

Yoko Ono

Nudi per la pace 

Yoko Ono, un’artista nata a Tokyo nel 1933 e trasferitasi negli USA con la famiglia dopo la guerra, si stabilisce negli anni ’60 a New York. In quegli anni di grande fermento, è tra i primi artisti a sperimentare le performance. La sua notorietà aumenta dopo il matrimonio con John Lennon, cantante e compositore dei Beatles, avvenuto il 20 marzo 1969 sulla Rocca di Gibilterra. I due iniziano una serie di performances artistiche per promuovere la pace. La loro luna di miele si trasforma in una settimana di protesta: dal 25 al 31 marzo rimangono sotto le coperte in una camera dell’Hotel Hilton di Amsterdam. L’evento è stato preso d’assalto dai paparazzi e si è trasformato in una protesta contro il perdurare della guerra in Vietnam. Da qui nasce l’idea della performance art di “bed-in”: in tale circostanza i due, in pigiama, ricevono giornalisti e fotografi. 

Le performance art più assurde
Yayoi-Kusama-paints-dots

Yayoi Kusama

Una vita a pois

«…un pois ha la forma del sole, che è un simbolo dell’energia del mondo intero e della nostra vita, e anche la forma della luna, che è calma. Rotonda, morbida, colorata, insensata e inconsapevole. I pois diventano movimento… I pois sono una via verso l’infinito».

Così scrive Yayoi Kusama, nata a Matsumoto, in Giappone, nel 1929 e cresciuta in una famiglia tradizionalista. Fin da piccola soffre di allucinazioni e disturbi ossessivo-compulsivi e la pittura diventa il modo per superare queste sofferenze esistenziali.

Pois, fiori e forme falliche popolano il suo mondo interiore. Negli anni Settanta diventa la regina degli hippie e tutti sognano i suoi vestiti decorati a pois e desiderano dipingere i puntini sulla propria pelle.

Yayoi è ossessionata dal sesso a causa delle rigide convinzioni della mamma. In lei vi era l’idea che fosse qualcosa di cui vergognarsi e quindi da tenere nascosto.

Nascono i Kusama Happenings, delle vere e proprie performance art che solo in pochi hanno capito fino in fondo. Sono eventi a sfondo sessuale dove uomini e donne nudi, gay, lesbiche ed etero, sono intenti nel portare avanti atti sessuali di gruppo.

Un’arte che è allucinazione e per questo si guadagna l’appellativo di obsessional artist, l’artista delle ossessioni.

Le performance art più assurde
150.Action

Hermann Nitsch

Dal sangue può nascere l’arte?

Le performance art più assurde: Hermann Nitsch, nato a Vienna nel 1938, è uno dei maggiori esponente dell’azionismo viennese, il movimento che rappresenta la massima tensione espressiva della Body Art europea.

Nel 1957 Nitsch elabora la sua teoria dell’Orgien Mysterien Theater ovvero il Teatro delle Orge e dei Misteri. È un’esperienza artistica il cui obiettivo è quello di rimuovere gli effetti che un episodio drammatico può creare nell’animo dell’uomo.

Attraverso l’esecuzione di alcuni rituali e cerimonie ancestrali, Hermann aspira a liberare l’animo dell’osservatore dai tabù religiosi, moralistici e sessuali di cui l’uomo è avvolto.

Nelle performance i contenuti sono crudi e visivamente disturbanti per l’utilizzo massiccio di animali squartati e sangue. Lo spettatore, assistendo a queste azioni efferate compiute da altri uomini, viene in qualche modo destabilizzato fino a liberarsi da tutti i blocchi emotivi e da tutti i lutti non elaborati che lo affliggono.

Nel giugno del 2017, all’interno del festival artistico “Dark Mofo”, ha diretto

una performance art che si è rivelata la più partecipata nella sua carriera: 150.Action. Il tutto si è svolto al Museum of Old and New Art di Hobart in Tasmania (Australia) e ha visto la partecipazione di 900 persone a fronte di 2650 spettatori che si sono mostrati interessati all’evento ma che non hanno potuto partecipare a causa della capienza limitata del museo.

La performance, durata tre ore, ha messo in scena una carcassa di toro appena macellata da cui sono sgorgati circa 500 litri di sangue. Dopo che il toro è stato tolto dal supporto di legno, gli artisti, in abiti bianchi, si

sono tuffati nel sangue riempiendolo di cibo: l’obiettivo della performance era riconoscere l’inevitabilità della morte.

È logico e naturale attendersi le rimostranze degli animalisti che hanno raccolto

oltre 22000 firme e che hanno anche inscenato una protesta al di fuori del museo. Hermann, però, non ha visto la protesta come qualcosa contro il suo lavoro ma ha semplicemente dichiarato che la sua performance è un modo per mostrare che cosa noi facciamo contro gli animali.  

In quegli anni, in un momento storico rivoluzionario, artistico, sociale,

musicale e letterario, la performance art diventa un’esperienza irripetibile di non facile comprensione ma in grado di farci provare emozioni mai vissute prima. Una forma d’arte dai contorni strani dove, a volte, è anche difficile inserirle come opere d’arte ma comunque in grado di far guadagnare notorietà a chi si cimenta in tali performance. 

Articolo di Franca Canti

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