La sindrome di Stendhal

E d’improvviso si è sopraffatti e non ci si sente più nel proprio corpo! Questo accade a chi è vittima della Sindrome di Stendhal. Malessere generalizzato, tachicardia, vertigini, svenimento, confusione mentale, allucinazioni, attacchi di panico, difficoltà respiratoria, incontrollabile euforia o depressione sono solo alcuni dei sintomi più comuni che caratterizzano questa sindrome. Essa è causata dal sussulto, una forte emozione, che si prova dinanzi ad un’opera d’arte, che sia essa una tela o una statua o ancora una costruzione architettonica. Si presenta in maniera improvvisa e inaspettata. Le persone che ne sono affette sono principalmente di sesso maschile, sensibili all’arte, con un’età compresa tra i 24 e i 40 anni, viaggiatori, per lo più soli, con un buon grado di istruzione scolastica. La sindrome di Stendhal non può essere propriamente definita una malattia, poiché non inclusa nei manuali di psicologia, ma rientra nei disturbi psicosomatici transitori caratterizzati da attacchi di panico, dispercezione del mondo esterno, depersonalizzazione e derealizzazione. Il soggetto colpito resta in una sorta di estasi contemplativa al cospetto di opere d’arte e capolavori di enorme bellezza.

Il punto di vista clinico

Dal punto di vista clinico queste manifestazioni vengono raccolte in tre gruppi:

Quadro clinico meno grave: la persona avverte palpitazioni, senso di oppressione toracica, difficoltà respiratoria, vertigini, svenimento. È in atto un vero e proprio attacco di panico e ansia somatizzata. I soggetti sviluppano un vago senso di irrealtà (derealizzazione) e depersonalizzazione (“uscire dal proprio corpo”). È spesso riportato un bisogno immane di tornare nella propria casa e di parlare la propria lingua

Il secondo quadro clinico è caratterizzato da crisi di pianto, stati depressivi, sensi di colpa immotivati, angoscia profonda o, all’opposto, stato di euforia, eccitazione ed esaltazione di sé non controllabili. Questa fase calca i disturbi dell’affettività

La terza forma si manifesta con più frequenza in soggetti che già in passato hanno mostrato segni di scompenso psicologico. È caratterizzata da allucinazioni visive ed uditive, con alterazione delle percezioni, dei suoni, delle forme, dei colori. Il soggetto percepisce l’ambiente circostante come persecutorio

Generalmente i disturbi sono transitori e scompaiono allontanandosi dall’opera d’arte che li ha scatenati. Sono presenti però episodi prolungati di ore o addirittura di qualche giorno.

Le origini:

La Sindrome di Stendhal deve il suo nome a Marie-Henri Beyle, il cui pseudonimo è Stendhal. Quest’ultimo fu un autore francese del XIX secolo che descrisse la sua esperienza con la sindrome di Stendhal nel suo libro “Roma, Napoli e Firenze”.

Nel 1817 visitò la Basilica di Santa Croce a Firenze e si sentì travolto dalla sua magnificenza e bellezza, anche a livello fisico. La reazione inaspettata e accidentale che ebbe lo  sconvolse!

“Ero già in una sorta di estasi, per l’idea di essere a Firenze, e la vicinanza dei grandi uomini di cui avevo visto le tombe. Ero arrivato a quel punto di emozione dove si incontrano le sensazioni celestiali  date dalle belle arti e i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, avevo una pulsazione di cuore, quelli che a Berlino chiamano nervi… Oh se solo potessi dimenticare… Ebbi un battito del cuore, la vita per me era inaridita, camminavo temendo di cadere”

Curiosità:

Dario Argento, il famoso regista italiano di film horror, diresse “La Sindrome di Stendhal” nel 1996. La protagonista è una poliziotta alla ricerca di un serial killer ma viene travolta dalla sindrome di Stendhal  mentre si trova nella Galleria degli Uffizi, davanti al quadro di Bruegel, “La caduta di Icaro”. Il film fu ispirato da un avvenimento reale sperimentato dal regista stesso, che provò sulla sua pelle la sindrome di Stendhal visitando il Parthenon di Atene.

Anche in letteratura possiamo trovare riferimenti alla sindrome di Stendhal. In “Camera con vista” scritto nel 1908 dallo scrittore E.M. Forster, vi è una scena ambientata in Piazza della Signoria in cui Lucy, la protagonista, assiste ad una  discussione tra due italiani. Le emozioni provocate dal luogo e dalla situazione fanno sì che la donna svenga. Anche lei è una vittima della Sindrome di Stendhal.

In ultima analisi, si può affermare che la reazione di un soggetto di fronte ad un’opera d’arte dipenda in gran parte dalla disposizione emozionale e dal rapporto che si instaura tra fruitore e creatore nel momento dell’incontro. Infatti, nel momento dell’incontro si animano vicende profonde della realtà psichica e si riattiva la vitalità della sfera simbolica personale. E il viaggio diventa pure, nelle sue soste tanto attese nelle città sognate, un’occasione di conoscenza di sé, come afferma Magherini. Più nello specifico di quanto appena scritto, le caratteristiche peculiari del linguaggio dell’arte possono far emergere elementi della storia del soggetto, riportando alla luce esperienze emozionali rimosse dall’inconscio o anche aspetti di se stessi non chiariti. Per questo motivo la persona costretta dall’esperienza estetica ad avere questo impatto con il suo mondo interiore può reagire negativamente e manifestare segni di disagio, infatti, chi inizia a soffrire della Sindrome di Stendhal non gode della bellezza estetica del capolavoro artistico, ma piuttosto cade preda dell’angoscia, aspetto che indica una difficoltà a gestire le emozioni che esulano dal proprio mondo interiore.

In pratica vi sono tre variabili che si intersecano: il viaggio, seppur perturbante, la bellezza dell’arte e la storia personale.

La Sindrome di Stendhal si verifica quando la congiunzione di questi tre elementi diventa destabilizzante fino rompere l’equilibrio della persona.

Un concetto, questo del “viaggio sentimentale”, già proposto nel Settecento da Laurence Sterne (1713-1768), che può essere considerato, a pieno titolo, un precursore della moderna psicologia. Lo scrittore britannico, infatti, diede all’aggettivo “sentimental” una connotazione psicologica, per cui i sentimenti divennero moti dell’animo e manifestazioni della sensibilità ed il viaggio metafora di un movimento esistenziale.

Articolo di Antonella Graziano

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