La Fornarina di Raffaello: tutto sul dipinto

La Fornarina: Inutile dilungarci su Raffaello. Che assieme a Michelangelo e a Leonardo rappresenta uno dei magister del Rinascimento è più che assodato.

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Oggi vi presenterò l’olio su tavola intitolato La Fornarina, del 1520 circa, oggi conservato presso la Galleria nazionale d’arte antica di Palazzo Barberini a Roma.

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La Fornarina

La Fornarina – analisi dell’opera

Il ritratto, destinato a collezione privata e lontano da sguardi maliziosi, vede come protagonista assoluta la figura di una fanciulla con i seni scoperti, che si staglia su uno sfondo dal quale si dirama un folto cespuglio di mirto.

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La ragazza inoltre, dalla sensualità dolce e generosa nelle forme, regge al petto con il braccio destro un velo e il sinistro invece, segue la linea sinuosa del corpo e delle gambe, coperte da un manto rubino.

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Il tutto è amplificato e sottolineato dalla luce avvolgente che proviene da sinistra, rendendola quasi una visione sacra ma tangibile.

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La Fornarina

La torsione della giovane, di tre quarti verso sinistra con il volto dritto verso lo spettatore, mostra fieramente il bracciale (con la firma del Sanzio) che le cinge il braccio, quasi come se ne suggellasse oltre all’autore del suo ritratto, anche un legame affettivo, se non proprio totalmente amoroso.

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La Fornarina

Sul capo, un turbante di seta dorata a righe verdi e azzurre le raccoglie i capelli corvini, dai quali spicca una brillante spilla impreziosita da due pietre e una perla pendente.

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Questo vezzo lussuoso non ci è del tutto nuovo.

Difatti, il gioiello ci appare già noto nell’opera di Raffaello nel Ritratto di Maddalena Doni (1506 circa) e nella Velata (1512-1518 circa).

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Quanto alla realizzazione del dipinto, scrupolosi esami radiografici, hanno evidenziato l’esecuzione a più riprese, quasi sicuramente due:

di prima istanza con lo sfondo totalmente di ispirazione leonardesca e successivamente, il quadro come oggi lo conosciamo.

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Chi è la Fornarina?

Custodito dall’artista urbinate nel suo studio fino alla morte, ha sin da subito destato scalpore per via dell’identità del soggetto ivi raffigurato:

“una donna nuda ritratta dal vivo, mezza figura di Raffaele“, come viene citato nella lettera del vice cancelliere Corasduz all’imperatore Rodolfo II del 1595 circa la collezione di Caterina Nobili Sforza di Santa Fiora.

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Circa la fanciulla ritratta, la leggenda narra che si tratterebbe di Margherita Luti, figlia di un fornaio (da cui ne deriverebbe l’intitolazione) di Trastevere, della quale, il pittore se ne innamorò e che ritrasse anche in altri suoi capolavori come Il trionfo di Galatea, La Velata e La Madonna Sistina.

Questo mito di un Raffaello innamorato però venne smentito da studiosi successivi, secondo i quali le opere appena citate, in particolare La Velata, contrasterebbe con l’evoluzione artistica dell’Urbinate, declassando la pittura a un lavoro di diverse maestranze della bottega romana del Sanzio.

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Questa tesi però collimerebbe, con un’altra, ugualmente dissacratoria per un colosso della storia dell’arte moderna, ovvero, l’identità, parziale della giovane, sarebbe rintracciabile nel nome stesso dell’opera.

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Infatti il termine fornarina indicherebbe, sin dai tempi più remoti, l’organo riproduttore femminile e tutto ciò che ad esso si può accomunare.

Per tale ragione, questo porterebbe a chiederci allora, non chi sia la Fornarina ma cosa rappresenti.

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Il confronto con La Velata

Sicuramente vi starete chiedendo perché un articolo incentrato sulla Fornarina dovrebbe includere la descrizione di un altro quadro sempre di matrice raffaellesca.

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Apparentemente distaccato dal senso logico di tale approfondimento, l’olio su tela de La Velata, (databile al 1516 circa e conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze) sarebbe invece strettamente connesso all’opera protagonista di tale dossier.

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Analisi del confronto

Tralasciando la descrizione minuziosa della tela e dei dubbi di appartenenza creativa che aleggiano sulla stessa, e che approfondiremo magari in separata sede, ciò che a noi ora interessa è il confronto con quello che sembrerebbe il ritratto precedente della LutiFornarina.

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In primo luogo, l’elemento da analizzare è la datazione delle due opere.

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Se la prima, è stata realizzata nel 1520, anno in più, anno in meno, la Velata risulterebbe invece antecedente.

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Ciò porterebbe a ipotizzare che i due olii potrebbero essere legate da un dialogo comune di rappresentazione.

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Vale a dire un discorso ambivalente circa un unico soggetto, in questo caso, la donna.

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Un secondo elemento che cattura la nostra attenzione è il medesimo sfondo scuro dal quale avanza la figura femminile, ritratta anche qui a mezza figura, voltata di tre quarti verso sinistra.

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La testa, anche qui ricoperta da un elemento tessile, un velo, peculiarità delle donne sposate con figli, ma soprattutto, ne demarca l’intitolazione dell’opera.

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La posa della Fornarina:

la mano destra sul petto, la sinistra abbandonata sul corpo, la ricchezza dei dettagli, il prezioso

“pendente con un rubino di taglio quadrato e uno zaffiro che termina con una perla, spesso un dono di fidanzamento o di matrimonio”

come descrive Bette Talvacchia nel suo libro Raffaello.

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Chiaramente la critica odierna rimane aspramente divisa, nel raffronto tra i due ritratti.

Vi è ad esempio, Acidini Luchinat che, non solo in queste due donne, ma in tutte coloro che sono state rappresentate, vede:

“una serie di bellezze muliebri ideali, raffigurate da Raffaello nell’arco della sua attività artistica”.

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Ancora, Tom Henry e Paul Joannides ritengono che i due quadri in questione, non possano essere della stessa maestranza, poiché stilisticamente troppo distanti;

questo però, andrebbe a dubitare dell’autografia sul bracciale della Fornarina, ma secondo studi più antichi,

questa in realtà non sarebbe altro che un lavoro della bottega romana di Raffaello.

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Certo è, che se avvicinate, le due opere, sarebbero le due facce di una stessa medaglia,

che interagiscono su un doppio significato, in tal caso, quello che accompagna, sin dai tempi più remoti, la figura femminile:

l’amor sacro e l’amor profano.

Dove il primo, è incarnato da una Fornarina che eleva alla bellezza spirituale e l’altra una Velata terrestre o procreatrice sposa e madre.

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Una duplice immagine quindi, che evocherebbe in un certo senso l’Afrodite, la Venere del mito classico, la quale risiedevano in lei il principio femminile in ogni suo aspetto e forma.

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L’eredità della Fornarina

L’identità incognita, misteriosa e intrigante della giovane Fornarina, è stata fonte di ispirazione per numerosi autori nel campo letterario, cinematografico e teatrale.

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Basti pensare all’opera musicale di Giancarlo Acquisti Raffaello e la leggenda della Fornarina,

andata in scena nel 2011 al Teatro Argentina di Roma con le coreografie di Marcello Sindici.

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O ancora, nel 2017, Giovanni Montanaro con il suo romanzo Guardami negli occhi

prese spunto proprio dalla leggendaria storia tra l’artista urbinate e la figlia del fornaio di Trastevere, Margherita Luti, soprannominata Ghita.

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Un altro romanzo, edito nel 2020, Un amore di Raffaello di Pierluigi Panza è stato pubblicato in occasione del quinto anniversario dalla morte dell’artista.

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Articolo di: ANTONELLA BUTTAZZO
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