Calamita Cosmica – lo scheletro di Foligno

Avete anche voi una lista di luoghi insoliti che vorreste visitare o di opere d’arte singolari che vorreste vedere? Bene, allora non potete perdervi la Calamita Cosmica. Questo scheletro maestoso si trova nella ex chiesa della Santissima Trinità in Annunziata a Foligno.

Calamita Cosmica: scheletro umano con il becco di uccello

Il silenzioso e gigantesco scheletro, sdraiato sul pavimento della ex chiesa della Santissima Trinità in Annunziata a Foligno, ci trasmette sensazioni contrastanti già a prima vista.

L’immensa scultura regge nella mano destra un’asta dorata ed è costruita in vetroresina, ferro, e polistirolo. È formata da ben 50 parti: la testa, le mani, i piedi, due parti che compongono la spina dorsale, 24 costole, e 10 pezzi tra gambe e braccia.

Ciò che sorprende fin da subito sono i suoi 24 metri di lunghezza, ma è sicuramente il naso la parte più singolare di tutta l’opera. Come si può notare, lo scheletro non ha un naso come ci si aspetterebbe, ma è stato sostituito con un becco di uccello.

La domanda che ci poniamo è: perché questo becco?

Gino De Dominicis è l’artista che creò in gran segreto questo scheletro gigante nel 1988, poi esposto al pubblico solo nel 1990, e segreta è anche la genesi dell’opera in quanto l’autore decise di non rivelare a nessuno il suo significato.

Il becco è sicuramente l’elemento più discusso della scultura: se da un lato c’è chi ne rimane entusiasta, dall’altro c’è chi proprio non riesce a comprenderne il motivo. Tuttavia è un tema ricorrente nell’arte di De Dominicis e richiama le antiche rappresentazioni ultraterrene dell’uomo-uccello. Si crea quindi un forte legame tra umano e divino.

Calamita Cosmica: una scultura simbolica

L’intera opera è pervasa da significati simbolici, a cominciare dal titolo Calamita Cosmica. L’elemento principale su cui dobbiamo porre l’attenzione è l’asta dorata, fulcro della rappresentazione e altro tema caro all’artista.

L’asta simboleggia proprio una calamita che rimane in bilico delicatamente sull’ultima falange del dito medio della mano destra slanciandosi verso l’alto. Tramite questa l’intero cosmo viene attratto verso lo scheletro.

Quello che ne possiamo dedurre è quindi un legame tra la vita e la morte e forse vuole proprio farci riflettere sulla caducità della vita stessa. Davanti a quest’opera ci sentiamo piccoli e fragili, e chissà se era proprio questo l’intento dell’autore.

La Calamita Cosmica è sicuramente tra le opere macabre d’arte contemporanea più famose.

Dalle mostre a Foligno

Inizialmente De Dominicis aveva pensato di rivestire con una lamina d’oro l’intera scultura intitolandola 24 metri di forme d’oro in occasione dell’esposizione alla Biennale di Venezia del 1990, dove era stato invitato. L’imponente scheletro avrebbe fatto il suo maestoso ingresso ai Giardini della Biennale via mare su una zattera e il colore oro avrebbe reso ancora più scenografico il suo arrivo.

Tuttavia l’artista abbandonò questa idea, preferendo lasciare la scultura bianca candida, rendendo il contrasto con l’asta dorata ancora più evidente.

In realtà l’opera non arrivò mai a Venezia, ma così concepita venne esposta per la prima volta al Museo d’Arte Contemporanea di Grenoble per poi arrivare al Museo di Capodimonte di Napoli dove vi rimase per diversi anni.

Quando Gino De Dominicis morì nel 1998, la Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno comprò l’opera e decise di esporla in vari musei e piazze europee. La prima tappa fu Ancona per rendere omaggio all’artista originario proprio della città. Poi arrivò alla Reggia di Versailles, sul sagrato di Piazza del Duomo a Milano, al MAC’S Grand Hornu a Mons in Belgio e al MAXXI di Roma in occasione di una mostra a lui dedicata.

Solo nel 2011 la Regione Marche e la Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno hanno finalmente trovato una struttura idonea ad accogliere la la Calamita Cosmica: la ex chiesa settecentesca della Santissima Trinità in Annunziata che per l’occasione venne restaurata.

Nel 2017 lo scheletro venne portato in un laboratorio a Calenzano (Firenze) per un importante lavoro di restauro e fu visitabile presso il Forte Belvedere di Firenze in occasione della mostra Ytalia: Energia Pensiero Bellezza. Tutto è connesso. L’esposizione offriva l’opportunità ai visitatori di conoscere le opere dei più grandi artisti di arte contemporanea.

Gino De Dominicis: un artista fuori dal coro

Gino De Dominicis nasce ad Ancona nel 1947 e frequenta l’Istituto Statale d’Arte. Inizia la sua carriera esponendo opere figurative presso la Galleria d’Arte del padre, anche lui artista, per poi arrivare alla realizzazione di installazioni e sculture quando decide di trasferirsi definitivamente a Roma nel 1967.

È proprio a Roma che inizia ad interrogarsi sul rapporto tra tempo ed eternità esprimendo le sue teorie nella Lettera sull’immortalità del corpo, che trovano ampia rappresentazione in numerose sue opere come ad esempio in Il tempo, lo sbaglio, lo spazio dove uno scheletro indossa dei pattini a rotelle e porta al guinzaglio un cane. La scultura è fortemente simbolica e vuole sottolineare come l’uomo sia in realtà morto mentre pensa di essere vivo.

Tra gli anni 70 e gli anni 80 approfondisce le culture antiche, in modo particolare la civiltà sumera concentrandosi nella rappresentazione del mito di Gilgamesh, legato al tema dell’immortalità.

Sebbene si tenda a pensare che De Dominicis sia un artista concettuale, lui rifiutò fin da subito questa denominazione sostenendo:

Il termine “arte concettuale”, di origine americana, in Italia è molto piaciuto forse perché ricorda nomi di persona molto diffusi come Concetta, Concezione, Concettina ecc …; e viene di continuo usato stupidamente per etichettare tutto ciò che in arte non è immediatamente riconoscibile.

Questo lo allontana dal mondo dell’arte tradizionale dove ogni artista si riconosce in una determinata corrente artistica. Ciò che però fece maggiormente infastidire la critica fu la polemica rivolta ad esposizioni come la Biennale di Venezia. Sebbene vi avesse esposto negli anni 70, era orami stanco delle “Manie di protagonismo di certi curatori che utilizzano le occasioni espositive per fare la loro mostra, e sentirsi così anche loro un po’ artisti “.

Non risparmiò parole di polemica neanche verso i critici d’arte che definì “Solo capaci di fabbricare castelli di parole e per lo più incapaci di plasmare le opere”.

Da tutto ciò ne evince che la sua figura sia stata fortemente controversa per il suo modo di fare anticonformista e, sebbene sia sconosciuto a molti, ancora oggi se ne parla come uno dei più grandi artisti della seconda metà del Novecento.

Morì di infarto a Roma nel 1998 lasciando nel mistero non solo alcune sue opere, ma anche sé stesso.

Articolo di: Elena Bruno

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