Tutto sulla Metafisica

G. De Chirico, La piazza d’Italia, 1915

Il termine “metafisica” deriva dal greco e significa “al di là della natura”. Applicato al campo dell’arte indica la volontà di andare oltre il mondo fenomenico, quello percepibile con i sensi, per accedere ad una dimensione “altra”, superiore e trascendente, percepibile solo con gli “occhi della mente”. Ed è questo significato che Giorgio De Chirico, principale esponente del movimento, attribuisce alla sua pittura in cui, come Carlo Carrà e Giorgio Morandi, attraverso la straniante combinazione di oggetti e architettura, rivela nuovi significati e nuove realtà, oltre quella materiale.

L’equivoco del “ritorno all’ordine”

Si è soliti ascrivere l’esperienza metafisica all’interno di un movimento generale di “ritorno all’ordine”. Questa espressione, tuttavia, è causa di un equivoco concettuale che vedrebbe il movimento della Metafisica in antitesi alle esperienze delle Avanguardie storiche. In realtà, per quanto la figuratività di De Chirico e dei suoi colleghi sia lontana dalle modalità espressive delle Avanguardie, ben poco di convenzionale possiamo rintracciare nelle loro opere.

Certamene dall’arte classica deriva il senso della perfezione, intesa in senso tecnico, che De Chirico ha sempre ricercato. E questa ricerca lo ha posto in aperta polemica con tutti gli artisti a lui contemporanei, i quali secondo l’artista metafisico

prima di essere cézanniani, picassiani, o matissiani e prima di avere l’emozione, l’angoscia […] la spiritualità, farebbero meglio ad imparare a fare una buona e bella punta al loro lapis e poi con quella punta cercare di disegnare bene un occhio, un naso, una bocca o un orecchio

G. De Chirico

Nonostante ciò, sarebbe un errore pensare a De Chirico come un artista ancorato al passato perché la pittura Metafisica interpreta perfettamente il senso di smarrimento di quegli anni, l’aspettativa di qualcosa di sconosciuto, ma anche una bellezza che cerca nella figurazione, e non nell’astrazione, la propria ragione d’essere.   

C. Carrà, La camera incantata, 1917

La natura enigmatica delle cose

I pittori metafisici dipingono nei loro quadri scene e oggetti che, posti in relazioni sorprendenti tra loro, vengono privati del loro significato originario provocando un senso di straniamento nello spettatore. La mancanza di un legame diretto con la realtà e il senso di mistero presenti nelle opere metafisiche, tuttavia, non sempre generano angoscia o turbamento. È lo stesso De Chirico ad affermare di non vedere nulla di tenebroso nella parola metafisica, al contrario per lui si tratta della tranquillità e della bellezza fine a se stessa, svincolata dalla realtà materiale.

Elementi del passato e del presente, architetture, pezzi archeologici, oggetti banali vengono combinati in modo insolito all’interno dello stesso quadro in modo da assumere un significato inedito, lontano da quello originario. E così sembra che essi parlino un linguaggio misterioso e sconcertante. Infatti si tratta certamente di immagini che stravolgono il senso comune delle cose, ma dopo lo stupore inevitabile di fronte a composizioni di questo tipo, le cose stesse ci rivelano un modo nuovo con cui è possibile interpretare la realtà.

Un “manifesto” della pittura metafisica

Le Muse inquietanti è un’opera realizzata da De Chirico nel 1916, e può essere considerata un emblema della poetica metafisica. Sullo sfondo è ben visibile il Castello Estense di Ferrara, città molto amata dall’artista, con accanto la ciminiera di una fabbrica moderna. La piazza è popolata da figure e oggetti misteriosi. Le Muse sono ridotte a fantocci isolati e privi di relazione tra loro e risultano dall’assemblaggio di pezzi scultorei con una testa di manichino di sartoria. Sono presenti, inoltre, un ovale rosso a forma di maschera, una scatola colorata e un bastone decorato a spirale molto simile ai bastoncini di zucchero. La combinazione di tutti questi oggetti dall’esistenza autonoma ed enigmatica, disposti tra loro al di fuori di ogni rapporto logico spazio-temporale, crea un’atmosfera malinconica e ironica al tempo stesso. La precisione dei dettagli e i colori intensi e brillanti con cui sono rappresentati tutti gli elementi rivendicano la capacità dell’artista di creare un mondo “altro”, molto diverso da quello dei sogni dove tutto è possibile, ma anche confuso.

G. De Chirico, Le Muse inquietanti, 1916

Una “visione fotografica”

Metafisico, quindi, è quel mondo parallelo in cui cambia il mio modo di vedere le cose. Non ci sono dubbi che nei quadri di De Chirico la struttura sia caratterizzata da una chiusura dell’immagine in uno spazio ben definito che aggiunge valore metafisico alla “realtà” rappresentata, perché la isola dallo spazio circostante. Questa visione produce un effetto molto simile a quello di una inquadratura fotografica, di cui non si può ignorare il ruolo di straniamento svolto. In fondo come scrive Benjamin “il grande fascino della fotografia consiste nel suo invitarci ad andare oltre la superficie dell’immagine”.

G. Morandi, Natura morta, 1918

L’artista “chiaroveggente”

Le potenzialità “rivoluzionarie” della Metafisica non passarono certo inosservate. I surrealisti, infatti, riconobbero in De Chirico il loro principale punto di riferimento, riconoscendogli la dote della chiaroveggenza. La concezione simbolista di artista chiaroveggente si riferisce alla capacità dell’artista di interpretare una realtà oscura alla maggior parte delle persone e sarà uno dei concetti chiave della poetica surrealista. Tuttavia nella poetica metafisica, a differenza di quella surrealista, non vi sono i riferimenti all’inconscio e alla psicologia freudiana per giustificare la rappresentazione di una realtà spiazzante e misteriosa.

Gli abitanti di questo mondo “altro”

I quadri di De Chirico e dei suoi colleghi sono spesso popolati da figure enigmatiche e stranianti come quelli presenti nelle Muse inquietanti . In Ettore e Andromaca del 1917 i due mitici personaggi si stringono in un abbraccio prima del duello con Achille che segnerà la morte dell’eroe troiano. Tuttavia non si tratta di personaggi reali né di veri e propri manichini di sartoria ma, come nelle altra opere, essi risultano composti da diversi elementi con forme geometriche e astratte. È come se nei luoghi sospesi, immobili e metafisici concepiti dall’artista non possano abitare uomini, ma solo manichini o fantocci che degli uomini hanno l’aspetto, ma non l’essenza. In questo, probabilmente, consiste la vera modernità di un movimento che, come tutte le Avanguardie, avrà vita breve, ma che ha saputo bene interpretare il senso di smarrimento individuale e sociale inevitabile in un momento storico caratterizzato da profondi e repentini cambiamenti.

G. De Chirico, Ettore e Andromaca, 1917

di Alessandra Olivares

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