Matteo Lenuzza (Curatore di “Prove di Fede. A.G. Santagata”) presenta la mostra: «Ruvida e pura, per più forme di spiritualità»
Come è nata l’idea di questa mostra dedicata ad Antonio Giuseppe
Santagata?
La figura di Santagata è centrale nella storia delle case del mutilato italiane, trattandosi dell’artista che fu di riferimento per queste strutture — si trovano sue realizzazioni nelle sale di questi edifici da nord a sud del Paese. Dunque, realizzare una sua personale (la prima in una di queste architetture) all’interno di Casa del Mutilato di Genova — essendo lui sia genovese, sia mutilato di guerra (la Prima) — intercetta tanto la sua storia come individuo, quanto la sua storia come artista. Abbiamo la fortuna di avere diverse sue importanti realizzazioni parte della Collezione Permanente del Museo ma abbiamo scelto di aspettare il momento più opportuno per dedicargli un’esposizione. Poco più di un anno fa, infatti, siamo entrati in contatto con l’erede dell’artista, Lorenzo Santagata, che conserva lavori straordinari, e (tra le moltissime possibilità) ho scelto di concentrarmi sulle sue produzioni spirituali. Forse anche influenzato dal ricordo dell’effetto che ebbe su di me “Le Oranti”, sua opera del 1985 parte della Collezione di Arte Religiosa dei Musei Vaticani, che vidi durante la mostra “La Passione” nel 2022 al Museo Diocesano di Milano. Dopo diversi incontri, spalmati su più di un anno, ci troviamo ora finalmente a poche settimane dall’inaugurazione e non potrei essere più felice del percorso che ha scandito le tappe di questo progetto.
Qual è il significato del titolo “Prove di Fede”?
Ho scelto questo titolo, un po’ un gioco di parole, per due ragioni. La prima motivazione è puramente tecnica: esporremo esclusivamente prove e bozzetti di opere progettate e realizzate. Le figure religiose emergono con forza dai contrasti e dalle linee ruvide, è una idea di spiritualità dunque non-conclusa ma intensa.
La seconda riguarda il Santagata-artista, nazionalmente riconosciuto e riconoscibile come testimone della vita in (e durante) la guerra. Focalizzarsi su una sua parte di produzione decisamente meno trattata — e non è l’unica — nelle mostre a lui dedicate permette di esplorare una sensibilità che fu parte della sua vita ma che non ha intercettato, se non sporadicamente, le vite di chi conosce e apprezza il suo operato come pittore e scultore.
Cosa rende le opere che vedremo, per lo più inedite, particolarmente significative?
Ogni visitatore e ogni visitatrice vivrà l’esposizione attraverso la propria emotività, i propri ricordi e lo stato d’animo che avrà nel momento in cui verrà a vedere la mostra. Sono infiniti i fattori che possono determinare il “significativo” in una persona; qualcosa ricco di significato può generarsi in noi anche da un piccolo dettaglio, di qualsiasi tipo — non necessariamente legato ai quadri in sé ma che può emergere proprio mentre li stiamo contemplando. Mi è più semplice parlare di me, che prima di tutto sono stato visitatore della Collezione Santagata — dove ho visto per la prima volta le opere che esporremo. Nella ruvidezza di queste scene sacre ho ritrovato sia la parte più schietta del mio carattere, sia la purezza che traspare da alcuni libri di filosofia orientale che mi hanno accompagnato, come letture, negli ultimi anni.
In che modo la collaborazione con enti locali ha influenzato l’organizzazione e la curatela della mostra?
Nei due anni trascorsi dalla “nuova” apertura di Casa del Mutilato di Genova, in veste di Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, sono aumentate sempre più le visite ma anche le collaborazioni — molte troveranno forma con nuove progettualità nel 2025. Questa crescita d’attenzione continua per il lavoro che stiamo portando avanti ci inorgoglisce (perché abbiamo ricevuto davvero molto affetto dal pubblico) e ispira (perché sono tante le figure, diversissime tra loro per caratteri e professioni, con le quali siamo in contatto). Sulla curatela, dicevo poc’anzi, hanno influito in realtà in particolare le mie letture ma anche il lungo eco di esperienze di più forme di Sacro che ho avuto modo di vivere a Genova, negli anni. Penso a opere distanti tra loro, per forma e periodo, come Chiesa della Sacra Famiglia di
Ludovico Quaroni di fine Anni Cinquanta — iconica architettura del quartiere dove sono cresciuto, Marassi — ma anche a un gioiello come Miracoli di Sant’Ignazio di Loyola (1619-1620) di Pieter Paul Rubens, in Chiesa del Gesù (a ridosso del centro storico della città); un’opera che fu anche un santino che conservai nel portafoglio fino quando sbiadì del tutto.
Quale esperienza vi aspettate che i visitatori vivano visitando questa mostra?
Casa del Mutilato, come mi hanno confessato più persone in visita, viene percepita come un “luogo sacro” — sia per le vicende delle persone che l’hanno frequentata, sia per le storie di dolore e speranza (che sono temi universali) che la Collezione presenta. Ci aspettiamo dunque, se non altro, trasporto, per queste ragioni, e curiosità per il tema scelto. Ne Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea (Johan e Levi, 2022), James Elkins riflette anche sull’assenza
del sacro nelle programmazioni culturali della maggior parte dei musei; presentare una mostra esclusivamente legata a un immaginario di fede (che fu presente, nel corso del Novecento, per decenni nella produzione di Santagata) siamo certi potrà intercettare un pubblico eterogeneo, con differenti idee di spiritualità e dunque reazioni differenti nell’incontro con le opere proposte.
